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Cannes 79 – Fjord: Trouble in Paradise

Copyright: Neon

Per comprendere a pieno la natura del nuovo – splendido, tanto per cambiare – lavoro del maestro rumeno Cristian Mungiu, dobbiamo fare affidamento al titolo di un album leggendario di Randy Newman: Troble in Paradise (problemi in paradiso, lett.). Questo perché, nell’ambientare per la prima (forse ultima?) volta un film al di fuori della Romania (per quanto nel meraviglioso Graduation si racconti del tentativo di emigrare a Londra di una giovane studentessa rumena), Mungiu sceglie la Norvegia, come nuova casa per i suoi protagonisti. Degli ottimi Sebastian Stan e Renate Reinsve (già visti insieme in A Different Man di Adam Schimberg) interpretano Mihai e Lisbet Gheorghiu, marito e moglie, genitori di cinque figli, cresciuti secondo i dogmi della dottrina evangelista. La loro integrazione nella comunità di un fiordo norvegese sembra inizialmente riuscita, con i due figli maggiori che instaurano un intenso rapporto di amicizia e complicità con la figlia del vicino di casa (il preside della scuola locale). D’un tratto però, qualcosa andrà storto. Ma cosa?

Mungiu scava come di consueto con le unghie e con la pala dentro la marcescenza del contesto che sta osservando, riuscendo a trovare dell’orrore anche nelle istituzioni di un paese considerato del primo mondo europeo: la vera élite del Nordeuropa (e non solo), per qualità della vita sociale e lavorativa. La cosiddetta capitale mondiale del progressismo, viene smascherata dal regista attraverso un autentico processo morale, mosso dalle istituzioni del fiordo (caratterizzato da dettagli paesaggistici mozzafiato) ai danni della famiglia rumena, siccome nella scala di valori della comunità locale, educare secondo un rigoroso rispetto del Vangelo dei figli, è un veleno per l’utopia (pseudo)progressista che vige in quella zona di mondo. Da lì, Mungiu ci conduce lentamente (in una storia iper-coinvolgente, di quasi due ore e trenta) in un procedural drama, in cui i Gheorghiu dovranno fronteggiare in tribunale (un tribunale morale e teologico) il perbenismo di una comunità di lupi. In tal senso, il regista torna sul luogo del delitto, quello del precedente Animali selvatici, in cui si raccontava di un’altra minoranza, subcultura (quella degli ungheresi in Transilvania). Ed è proprio sulla stregua di questo clima di tensione (che per certi versi è anche il medesimo di cui siamo testimoni ne Il male non esiste di Hamaguchi e in As Bestas di Sorogoyen) che Mungiu confeziona la sua idea di critica, aspra, che non dà margini per una risoluzione speranzosa.

Il finale, bellissimo, troncato, di Fjord con furbizia ci impone di rivalutare retroattivamente tutto quello che abbiamo visto nelle due ore precedenti: la rapidità con cui il regista interrompe il flusso degli eventi, ci suggerisce che la storia della famiglia rumena espatriata, è soltanto un prologo a quello che verrà dopo. Ma cosa, potrà mai venire dopo? Probabilmente, una vita intera (qualora non dovessero lasciare il villaggio) passata a guardarsi per bene dietro le spalle, per non essere colti di soppiatto ancora una volta. Perché quanto proposto da un Cristian Mungiu in grandissimo spolvero, è una visione delle democrazie europee sempre più in pericolo; è inutile girarci attorno: la democrazia, nel 2026, sta finendo per essere messa in discussione, in lungo e in largo. Ma Mungiu gira un film elettrizzante, con cui manifesta il suo dubbio: ha più fiducia nella forza della democrazia occidentale o più timore nei confronti dei sovranismi imperanti? Anche se l’unica certezza che può lasciarci un’opera così densa di spunti di riflessione sul presente è che bisogna stare attenti ai lupi, che amano sempre di più travestirsi da agnelli.

Voto:
4.0 out of 5.0 stars

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