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C’era una volta in America – Un’analisi della colonna sonora

Lo considero il capolavoro di Sergio, e mi chiedo dove sarebbe arrivato se avesse avuto l’occasione di girare altri film. Leone mi raccontava la storia da anni e iniziai a elaborare i temi in tempi non sospetti. Tutto era chiaro nella sua testa nonostante si fossero succeduti molti sceneggiatori. Si trattò di un progetto lavoratissimo, e lui non lasciò nulla al caso. Già dai primi squilli irregolari del telefono su cui il film si apre, volle curare ogni dettaglio.

Con queste parole Ennio Morricone inizia a raccontarci di quello che possiamo definire uno dei migliori film del ventesimo secolo. 

Le composizioni erano originariamente state pensate per un film totalmente differente, ovvero per Amore senza fine (1981) di Franco Zeffirelli. Alla richiesta di inserire nella colonna sonora un brano di Lionel Richie, il Maestro non accettò questa imposizione e si rifiutò di lavorare al film; le musiche furono così scritte da Jonathan Tunick, che orchestrò le musiche di Frankenstein Junior (1974). I brani che Morricone stava componendo per Zeffirelli vennero fatti ascoltare ad un regista particolarmente noto per i suoi film western. 

In situazioni di questo tipo, di solito cestinavo tutto poiché mi sembrava scorretto dare a un regista musica che avevo scritto per qualcun altro. Ma alcuni temi che credevo buoni li tenevo da parte.

Ma non stiamo parlando di un individuo comune, né di un progetto semplice, bensì di un grande artista che ha dedicato più di dieci anni nella realizzazione del suo sogno. 

Sergio Leone ci rivela già nel 1969 che stava lavorando a C’era una volta in America. La pellicola, come è ben noto, è ispirata al libro di un vero gangster, Herschel Goldberg, che utilizzò come pseudonimo Harry Gray per la pubblicazione di The Hoods, noto prima in Italia come Mano Armata e successivamente ripubblicato e tutt’oggi venduto come C’era una volta in America

È inusuale chiedere con largo anticipo ad un compositore di scrivere le musiche di un film, ma Leone conosceva i brani già prima delle riprese, che infatti erano effettuate con la musica in sottofondo. Questa scelta fu particolarmente apprezzata da Robert De Niro, il quale chiese di rifare qualche scena impiegando proprio questa modalità.

Diapositiva #1

La prima composizione che raggiunse l’orecchio di Leone fu Deborah’s Theme, che era sempre stato pensato per Amore senza fine di Zeffirelli.  

Diapositiva #2

C’è tanto da dire già solo osservando queste cinque battute (le battute sono un intervallo musicale in cui vi ritroviamo un determinato numero di note a seconda dello spazio musicale disponibile. Nella figura superiore sono rappresentate dai cerchi rossi). 

La composizione diventa molto interessante anche solo per la presenza di un pedale, ovvero una nota tipicamente con un suono grave che viene sostenuta per un determinato periodo durante un brano. Il pedale sostiene la nota di Mi, che potete osservare nella parte bassa dello spartito. Nella colonna sonora sono i violoncelli e i contrabbassi che suonano il pedale.  

La melodia è bellissima, dilatata nel tempo e suonata con un adagio, che corrisponde a un tempo musicale abbastanza lungo. Si suona lentamente e con una dinamica leggera che cresce nel corso della composizione. Sono gli archi a eseguire questa splendida melodia, che a differenza di tante composizioni, non inizia immediatamente.  

I due simboli (contrassegnati dai due asterischi (*) rossi nella diapositiva #2) che precedono le prime tre note sono delle pause e ci indicano che la melodia partirà in levare. L’espressione “in levare”, insieme a “in battere”, si riferisce ai due movimenti principali del ritmo in musica. Immaginate di associare la dicitura “in battere” a quando, durante l’ascolto di un brano, si decide di battere le mani. Con questo gesto state scandendo il ritmo di una canzone. Se prestate attenzione, tra un battito e l’altro c’è di mezzo uno spazio vuoto, un attimo di silenzio. Quello spazio vuoto, dal momento in cui viene colmato da una nota, o anche dal vostro stesso battito delle mani, è definito “in levare”. Ciò è alla base della pulsazione ritmica musicale. 

Peculiare nella seconda battuta è avere l’intervallo di note (ovvero la distanza tra due suoni) di una nona maggiore. Non è un intervallo dissonante e quindi sgradevole al nostro orecchio, ma è un colore che se estrapolato può apparire strambo, fuori contesto. La melodia ci accompagna dolorosamente per tutto il film, evocando i lunghi romanzi di Marcel Proust. Non è d’altronde la battuta di De Niro più citata di tutto il film (“Sono andato a letto presto”) ispirata alla Recherche di Proust?

Azzardando un paragone, la composizione può ricordare l’Adagietto di Mahler della Sinfonia n. 5 in Do diesis minore. Ma quello che ritengo il punto più elevato della composizione, è senza ombra di dubbio l’ingresso dell’oboe. 

Diapositiva #3

Siamo nella battuta 10 e la composizione non è iniziata da molto tempo, per quanto siamo ormai vicini al primo minuto (d’altronde è questo che comporta il dilatare così tanto il tempo, cioè piccoli periodi musicali ma lunghi).

In questa battuta apparentemente semplice avviene ciò che in musica si definisce “modulazione”, ovvero la possibilità di passare da una tonalità all’altra durante una composizione. Immaginate un’autostrada e la possibilità di andare in corsie diverse a seconda delle vostre esigenze. Nella nostra autostrada abbiamo ben dodici corsie differenti. 

Ma non è solo nella teoria musicale la bellezza di questo passaggio, quanto più nel genio creativo di Morricone, che in virtù delle sue capacità di orchestratore aggiunge un ulteriore sapore nella pentola degli strumenti musicali. Anche se sono solo tre note, bastano pochi elementi per portare una composizione su alti livelli di interesse. 

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