Sbarcati a Roma, in chiusura di rassegna, il duo formato da Mariano Cohn e Gaston Duprat racconta attraverso un mosaico composto da sedici cortometraggi, paradossi, vizi e ipocrisie del loro paese: l’Argentina.
Riassumere le storie contenute in Homo Sapiens? Sarebbe impossibile, oltre che un errore. Al contrario, la macro-trama dell’opera favorisce una interpretazione, se vogliamo, più fluida e creativa siccome, come se fossimo in un film surrealista, è il fantomatico “disegno più grande” a determinare la lettura extratestuale.
Il collage di storie (alcune dalla durata di pochi minuti, fino ad arrivare a un episodio a tema calcistico composto da una singola – brevissima – inquadratura) si apre e si chiude con l’immigrazione e l’emigrazione, come a voler aprire e chiudere un portale – o un condotto – tra presente e passato, ma soprattutto tra ruoli in alternanza.
L’argentino piccolo-borghese di oggi, condanna aspramente l’immigrazione, trovando però un contradittorio in un suo amico a una festa che ci ricorda come “gli argentini “abbiano accolto milioni di immigrati italiani in passato, siamo un popolo accogliente!”, per poi (in seguito a un fortuito incidente), tornare a perdersi nel “vortice della mondanità” borghese, in cerca di un centro di gravità permanente (che non gli faccia mai cambiare idea…). Nell’ultimo episodio invece, Cohn-Duprat analizzano il viaggio di ritorno dell’argentino di terza generazione che rientra in Italia, nel borgo che diede i natali a suo nonno, maledicendo infine le proprie origini familiari.
Nel mezzo, storie di figli ingrati, viziati o declassati dai propri genitori. Storie di fede, di classe, di una borghesia così ricca da far schifo, incapace di pesare sulla bilancia della decenza umana il proprio benessere. Truffatori che al contrario cercano di “rapinare con decenza” le proprie vittime. Fascisti eccitati parafilicamente dall’idea di ammazzare un ladro avvalendosi della legittima difesa.
Ma soprattutto, politici e politicanti improvvisati incapaci di proferire parola quando messi dinanzi a una telecamera, e registi xenofobi che, una volta premiati ai festival, pontificano in omaggio alle popolazioni indigene e alle minoranze tutte. La soluzione? Non c’è, perché tutto va bene a casa. Nel senso, finché l’Argentina vince la coppa del mondo, finché c’è Lionel Andres Messi – il più grande calciatore di tutti i tempi – tutto va bene, la nazione è salva.
Voto:
3.5 out of 5.0 stars