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The Rocky Horror Picture Show: storia di un flop diventato liturgia

The Rocky Horror Picture Show: storia di un flop diventato liturgia The Rocky Horror Picture Show: storia di un flop diventato liturgia

Brad Majors e Janet Weiss sono due giovani ragazzi che, a causa di un temporale, sono costretti a fermarsi in mezzo a un bosco a notte fonda poco dopo la loro promessa di ringraziamento: mentre Nixon sta annunciando le proprie dimissioni, i due si ritrovano in un castello che cambierà per sempre la propria vita. Dal mito di Frankenstein, rivisitato in salsa exploitation, al musical, passando per la liberazione sessuale di seconda ondata, The Rocky Horror Picture Show conserva tutti gli elementi che giustifichino il suo essere considerato una delle pietre miliari della storia del cinema; eppure, come spesso accade ai lavori più noti e ai cult oggi inscalfibili anche dalla critica, la storia della sua ricezione non è stata immediatamente felicissima. Muovendo i propri passi dallo spettacolo teatrale del 1973, The Rocky Horror Show, Richard O’Brien e Jim Sharman decisero di sfruttare il grandissimo successo mediatico che il musical aveva ottenuto sul palcoscenico, traducendolo in un prodotto vincente anche per il grande schermo. 

Il musical, che aveva conquistato il pubblico fin dalla sua prima rappresentazione avvenuta al Royal Court Theatre di Londra, nel 16 giugno del 1973, giunse al cinema con l’aggiunta di “Picture” nel titolo e con la riproposizione di tutti gli addetti ai lavori, a partire dal regista e fino a giungere agli attori: su tutti Tim Curry, nei panni di Frank-N-Furter, che otterrà un grandissimo successo teatrale dall’opera che accolse, nei panni dei due protagonisti, Susan Sarandon e Barry Bostwick. La sfida di portare sul grande schermo il grandissimo successo teatrale fu audace, ma del resto una riproposizione cinematografica appariva il minimo, per un musical che era stato pensato sulla base di una programmazione per cinque settimane e che continuò a ottenere sold-out per anni, comportando il trasferimento dello spettacolo al King’s Road Theater fino al 1979. E non mancò il successo anche in termini di star-system: la storia più leggendaria racconta di un coinvolgimento immediato della moglie di David Bowie, che interruppe la magia del palcoscenico per interrogare direttamente Frank-N-Furter, mentre la storia delle esibizioni a teatro ha certezza di ospiti illustri come Jack Nicholson, John Lennon e Cher; a New York, quando lo spettacolo teatrale debuttò a produzione cinematografica già finita, la reazione fu molto più indifferente per un pubblico lontano da quell’ideale progressista che l’intero lavoro prevedeva, e il flop sul grande schermo apparve quasi consequenziale. 

Il noto critico cinematografico Roger Ebert, nel valutare il film con 2.5/4 stelle, spiegò che “The Rocky Horror Picture Show sarebbe più divertente, credo, se non fosse uno spettacolo cinematografico. Appartiene a un palcoscenico, con artisti e pubblico che si uniscono in una parodia collettiva”. In effetti, il grande fiasco mediatico che il film ottenne fu determinato inizialmente da un piazzamento sbagliato nella programmazione cinematografica: proiettato negli orari pomeridiani, addirittura alle 15, e destinato al pubblico delle famiglie americane, The Rocky Horror Picture Show costituì un flop così tanto implacabile che neanche il tentativo di richiamare il pubblico in sala, con il cambio di locandina che ha generato la celebre immagine delle labbra ancora oggi tanto iconica, servì a nulla. Caso volle che, nei report commerciali della ricezione del film, ci fosse una sola fascia di pubblico che continuava a rispondere positivamente al richiamo della sala: quella losangelina e notturna; addirittura, come si evince da alcune delle pubblicazioni dedicate, la maggior parte degli spettatori decideva di ritornare in sala per rivedere il film praticamente ogni giorno, aumentando sempre più il proprio coinvolgimento tanto nel vestiario quanto nella conoscenza dei numeri musicali. L’allora direttore Twentieth Century Fox, Tim Deegan, per questo motivo, decise di far debuttare il film nel contesto dei midnight screenings del Waverly Theater di New York City, a partire dal 1° aprile 1976. E se, alla luce del sole e del clima più borghese, il film continuava a ottenere insuccessi, nelle ore notturne la liberazione sessuale e figlia di un movimento di emancipazione queer trasformò The Rocky Horror Picture Show in una vera e propria liturgia. 

“Don’t dream it, be it”, sussurra Frank-N-Furter alla fine del film, invitando quasi implicitamente il pubblico a una partecipazione non più passiva, ma proattiva nei confronti del lungometraggio: il risultato fu presto osservato nelle proiezioni di mezzanotte, che accoglievano sempre più persone che imitavano i personaggi del film, dialogavano con essi e sfoggiavano travestimenti, al tempo, rivoluzionari, diffondendo così la sub-cultura del travestitismo e decretando una rinascita di The Rocky Horror Picture Show nelle sale cinematografiche. Austin, Los Angeles e Seattle seguirono l’esempio, mentre in città come Portland hanno costruito un successo così tanto importante da comportare la proiezione del film settimanale, ormai dal 1978: oltrepassando il valico di confine tra schermo e pubblico e ricreando quella medesima componente che Egert si aspettava dal film, l’opera di Jim Sharman è diventata un vero e proprio atto liturgico, in grado di attraversare la sala e di esprimersi in qualcosa di molto più profondo e consegnando, di conseguenza, il film all’immortalità.

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