È il 1981 e stiamo per assistere a quello che sarà ricordato, per la commedia italiana, come il decennio dei comici provenienti dalla televisione.
La maschera, il varietà, le barzellette di Gino Bramieri o di Franco e Ciccio hanno lasciato il passo, negli anni ’70, a gente più sgangherata, priva di giacche e cravatta, con una visione dell’Italia più disincantata che mai.
Da un lato le scuole di Antonio Ricci, del Derby Club e del Bagaglino di Pierfrancesco Pingitore, che sulle nascenti reti private – poi confluite in Fininvest – vogliono ironizzare sulla società italiana in maniera fondamentalmente innocua e assolutoria, nel solco volgarizzato dell’Alberto Sordi minore, più dissacrante nelle sue giustificazioni che nell’effettivo: ma dai Drive In e dai L’Araba Fenice si vede quella forza generazionale, e milanese a più non posso, che forse fino ad ora è mancata a una commedia italiana che tanto si è mossa sulla Roma-Napoli; i vacanzieri Sapore di Sale e Vacanze di Natale ci aprono le porte del decennio a un’Italia borghese, settentrionale e viziosa, in cui i meridionali appaiono al massimo come dei “terùn” in trasferta, da uno sguardo lombardo-centrico e pre-berlusconiano.
Un po’ riduttivo chiamarla la commedia di destra, ma nemmeno troppo.
Dall’altra quei comici, probabilmente anche con le spalle più larghe in termini di riferimenti culturali e teatrali, che portano spesso al cinema i propri personaggi nati sullo schermo e sui palchi, come aveva fatto poco prima Villaggio con Fantozzi, in contesti (magari) incapaci di reggere i novanta minuti e con gli incassi spesso traballanti, ma sempre interessanti. Se nella generazione dei grandi mattatori molti hanno ripetuto come una filastrocca i nomi di Gassman, Tognazzi, Mastroianni e Manfredi, definendoli i quattro moschettieri della risata, qualcuno ha provato a fare lo stesso negli anni ‘80 con Verdone, Troisi, Benigni e Nuti. Tra questi quattro (nuovi) moschettieri, Nuti è sempre stato il D’Artagnan più malinconico, contorto e indecifrabile per il grande pubblico: con Benigni condivide la toscanità, con Verdone l’inadeguatezza e la malinconia, con Troisi i capelli ricci neri e l’amore per Clarissa Burt, ma soprattutto la sfortuna nella vita e nella cartella clinica. La sua vita passa dalla catena di montaggio al palco, prima da solo, poi insieme ai Giancattivi.
C’è Alessandro Benvenuti, c’è Athina Cenci, e c’è quel terzo posto vagante che spesso cambia proprietario: l’ultimo ad occuparlo è proprio Nuti. Sul Secondo Programma, all’interno di Non Stop, si intravedono questi tre spilungoni toscanacci, cretini e maleducati, senza cuore né cervello, la cosa vista in Italia più simile a Seinfeld.
Ad Ovest di Paperino è l’esordio al cinema di questo trio che sembra voler riempire di petardi quelle strade già devastate dalle zingarate di Amici Miei e qui Nuti, nonostante l’importanza raggiunta in futuro, sembra il membro più sobrio. Alessandro Benvenuti è regista e cuore del progetto, Athina Cenci ne è il vero volto: se in Amici Miei abbiamo quattro uomini di mezza età – amici da una vita – a scegliere di uscire dalla propria routine, nelle maniere meno congrue alle loro figure borghesi (ma perfetti nella loro sintonia), qui abbiamo due ragazzi e una ragazza che si conoscono per caso, totalmente inadatti al quieto vivere fiorentino, ma forse persino a vivere a modo loro e tra di loro. Da un lato le zingarate ricercate, ponderate, pianificate; dall’altra una totale improvvisazione, quasi senza piacere.
Benvenuti è Augusto, lavora per una radio pirata (Radio Ketch up) e sembra lo scarto di qualsiasi collettivo di sinistra, a cui magari si è iscritto né per ideale né per rimorchiare, ma perché unico posto in cui non gli hanno chiuso le porta in faccia. Cenci è Marta, che odia tanto gli adulti e a morte i bambini, che non si preoccupa di piacere a nessuno né in quanto artista (dipinge) né in quanto essere umano. Nuti è Antonio Sabatini, l’unico dei tre ad essere degno di avere un cognome, una famiglia, una parvenza di legami e collocazione sociale. I primi due sembrano pesci fuor d’acqua nelle loro professioni, mentre ad Antonio il ruolo del disoccupato a carico della mamma calza proprio bene. I tre si incrociano, non si piacciono di certo, e vagano insieme. Sono contemporaneamente le persone peggio e meglio assortite di sempre, con incontri sempre più inutili e, soprattutto, una tale mancanza di comunicazione che farebbe alzare le mani ad Antonioni.
Quel Paperino nel titolo può essere sia il quartiere di Prato che il fumetto presente nell’edicola che ci introduce Augusto all’inizio del film, ma in generale il titolo sembra non voler dire assolutamente niente: anarchico è il titolo, anarchico è l’intreccio, che resta sempre privo di confini e direzioni, una mappa da percorrere con delle missioni che acquistano senso solo dopo averle compiute. Anarchica è la recitazione dei nostri protagonisti, che muovono i passi da persone immature e finiscono per diventare bambini dell’asilo: e se all’inizio è solo Augusto a fare il solletico alle natiche dei malcapitati, alla fine lo fanno tutti e tre in sincro. Anarchici sono, del resto, anche regia e montaggio: la macchina si mette dove dà meno impiccio, e i raccordi parlano una lingua tutta loro. In un decennio che pullulerà di battute a sfondo sessuale, i nostri eroi giovani e in forma non vivono traccia di eros: le risate qui sono tante, di pancia e infantili, nonché piene di malinconia. E, nel caso fosse da specificare, ci troviamo davanti ad uno dei film più divertenti di questo decennio, che però segnerà la fine di questo trio.
Nuti volerà da solo, prima appoggiato alla regia da Maurizio Ponzi, poi prendendo in mano lui stesso la macchina da presa, vivendo una vita di fortune alterne fino alla tragedia, con l’incidente domestico che lo renderà fortemente invalido nel 2006, fino alla sua morte, sopraggiunta lo stesso giorno in cui l’Italia piange (si fa per dire) Silvio Berlusconi. Cenci e Benvenuti vivranno le loro carriere, e della prima resterà sempre memorabile la Fosca di Speriamo che sia Femmina, che le frutterà il David. Li rivedremo insieme nel 1992, in un film che vedrà radunati – da Verdone – tutti quei comici danzanti tra piccolo e grande schermo nel decennio precedente, e che non è un crimine definire la commedia italiana più importante degli ultimi quarant’anni: Compagni di Scuola.
Tutti e tre, sicuramente, saranno dei volti ricorrenti in questo nostro viaggio alternativo nella commedia italiana.