Rental Family è il nome di una società che offre la possibilità di noleggiare degli attori che sostituiscano un membro assente (o inesistente) di un nucleo familiare. Brendan Fraser interpreta Phillip, un attore statunitense emigrato in Giappone da sette anni in cerca di opportunità lavorative, al quale viene proposto di iniziare a lavorare per Rental Family.
Inizialmente titubante su un piano etico, scoprirà man mano che aiutare il prossimo è nella sua natura. Forse, suggerisce lo splendido film di Hikari (nome d’arte di Mitzuyo Miyazaki), è ciò per cui è nato.
Rental Family è una commedia dolceamara che conquista per la raffinatezza con cui tesse per lo spettatore un racconto teneramente umano, nell’accezione più calorosa e viscerale del termine.
Per quanto la presenza dello statunitense Brendan Fraser potesse far pensare al più classico (e snervante) dei film turistici, girato ad hoc per il pubblico occidentale (al netto dell’ambientazione nipponica), le sfaccettature socioculturali della mogissima Tokyo raccontata da Hikari non sono mai un pretesto per creare affiliazione tra questa cultura e quella del protagonista.
Non siamo dinanzi a un’operetta spocchiosa su due mondi, due poli opposti, che si incontrano e infine, perché no, si sposano. Niente affatto. Anzi, questo è un film che rigetta il concetto stesso di matrimonio e che al contrario abbraccia morte, paternità e solidarietà, mai intesa in termini sentimentali.
Le due interazioni “lavorative” che ricorrono nel corso del film sono quelle tra Phillip e una bambina per la quale dovrà fingersi suo padre (andato via di casa anni prima) e una vecchia star del Cinema giapponese in fine vita, colpito dal morbo di Alzheimer, che dovrà intervistare, fingendosi un giornalista straniero.
L’interpretazione di Fraser insiste su un concetto: il suo personaggio non riesce mai a immedesimarsi a fondo nella finzione interpretativa, come se rigettasse (inconsciamente, forse) l’idea della recitazione metodica (à la Daniel Day-Lewis, Dustin Hoffman, Robert De Niro), la completa dedizione al personaggio, che non deve essere interpretato, ma vissuto nella sua profondità.
Phillip riesce a essere un padre e un amico ideale soltanto quando riesce a essere sé stesso. I migliori risultati nel suo “lavoro” di angelo custode in affitto, li ottiene ammettendo a sé stesso e al mondo circostante l’amore che prova visceralmente per le persone che ha conosciuto.
Qui, ritorna la questione culturale. Hikari mostra Tokyo per come siamo abituati a viverla nei drammi del cinema giapponese (da quelli di ambientazione contemporanea di Kurosawa a quelli di Naruse, fino ad arrivare a Hideaki Anno e Hirokazu Kore’eda), i cui abitanti sono oppressi da un organigramma lavorativo e familiare in cui l’emotività viene repressa, murata dietro una parete in cemento armato, che è l’incomunicabilità.
La presenza dell’americano, non cambia il loro modo di declinare i rapporti, ma rende loro possibile l’impossibile: affrontare la quotidianità con una certezza, una presenza emotiva in più, oltre a permettergli di improvvisare, vivere sul momento, come nel jazz, citato nel primo atto.
Rental Family è un’opera di una semplicità folgorante, una commovente lezione di vita su un uomo deluso dalla sua condizione di figlio, individuo e lavoratore che realizzerà come il motivo per cui merita di esistere, è quello di aiutare il prossimo a essere la versione migliore di sé, come Superman.
Il Superman di Brandan Fraser è un uomo disincantato che scopre il piacere dello stare al mondo attraverso atti di carità e solidarietà.
Attraverso la finzione, secondo Hikari, è possibile ascendere alla felicità, quella autentica, dolce, inevitabile.
Grande cinema.
Voto:
3.5 out of 5.0 stars