Dark Mode Light Mode

“Il Maestro” è una brillante commedia all’italiana sul fallimento di una generazione sportiva

il maestro il maestro

Una cosa è certa arrivati a questo punto: il recente sodalizio tra Pierfrancesco Favino e Andrea Di Stefano rappresenta una delle migliori notizie per il cinema italiano. Un’unione prolifica non solo in termini qualitativi, ma anche editoriali. In Italia sembriamo concettualmente e praticamente disinteressati ai generi, non fosse per qualche sporadico successo registrato da giovani autori horror (Roberto De Feo, Paolo Strippoli, Daniele Misischia).

La coppia Favino-Di Stefano ci ha regalato nel giro di due anni (e poco più) un polar meraviglioso, L’ultima notte d’amore, e una commedia all’italiana, Il Maestro, presentato fuori concorso a Venezia.

Favino interpreta Raul Gatti, ex promessa del tennis italiano, ormai depresso, vittima di attacchi d’ira, dipendente da farmaci e vizi di ogni sorta. In seguito a un ricovero ospedaliero, Gatti inizia a pubblicare annunci nei circoli sportivi romani, proponendosi come allenatore di tennis. È così che si imbatte in felice, dodici anni, fresco vincitore di un torneo pariolino, grazie al quale può accedere al circuito dei tornei nazionali.

Il Maestro parte dunque come un trip movie, in cui l’esuberante e il represso partono in cerca di riscatto. Raul e Felice sono due underdogs -per usare un’espressione che torna spesso negli ultimi anni – sottovalutati per ragioni diametralmente opposte dai propri contesti di appartenenza. Un binomio il loro, che ricorda quello tra Gassman e Trintignant ne Il Sorpasso di Dino Risi (che è LA commedia all’italiana). Questo omaggio si esplica soprattutto nei frangenti in cui Gatti punzecchia il suo allievo sulla sfera erotica.

Felice è represso, da qualsivoglia punto di vista. Vorrebbe divertirsi, pensare a innamorarsi dei corpi femminili, avere meno pressioni agonistiche e più segnali di affetto da parte di suo padre, che lo ha allenato per anni affinché diventasse un algoritmo vivente in campo, frutto di un conservatorismo tattico degno del miglior Jose Mourinho (“aspetta che l’avversario sia sfinito e poi attaccalo”).

La ciliegina che corona la torta della repressione identitaria poi, è la convinzione di superiorità agonistica di cui vive il ragazzino. Perché Il Maestro non è una storia di talenti incompresi, o inespressi. L’inespresso è Gatti. Felice, è un tennista mediocre.

L’italianità, nella questione di genere, sta proprio nell’accettazione del proprio fallimento. Poiché il fallimento di cui ci parla Di Stefano è, come nelle commedie all’italiana della prima ora, un fallimento comunitario, categorico, generazionale. Ne I soliti ignoti di Mario Monicelli, sono tutti i ladri e mentecatti del dopoguerra, a essere dei falliti condannati alla mediocrità, non solo il personaggio di Gassman, o quello di Carlo Pisacane, per dire.

La mediocrità del giovane protagonista de Il Maestro è invece quella di una generazione di genitori convinta che la scalata sociale possa passare per il “progetto Sinner”, diremmo oggi (il film è ambientato negli anni ’80 invece). Il padre di Felice sacrifica tutti i risparmi di un anno lavorativo pur di mandare suo figlio in tournée d’estate, così da scalare il ranking italiano dei giovanissimi. In un decennio in cui certe operazioni transitorie, da un ceto all’altro, erano incentivate da un modello economico che sì funzionava, ma che dall’altro lato, sarebbe collassato da lì a pochi anni.

Ogni grande generazione sportiva comporta una allucinazione collettiva tra le nuove leve. Il Pallone d’oro a Fabio Cannavaro, fece credere a centinaia di migliaia di bambini italiani di poter essere il prossimo più grande calciatore al mondo. Così come Yannick Sinner, oggi, sta portando una generazione di infanti ad avvicinarsi a uno sport spesso dimenticato, nel Bel Paese. Come è naturale che sia, una selezione naturale in campo, separa i veri talenti dagli atleti mediocri.

La storia de Il Maestro è la storia di un ex (possibile) fenomeno e di un giovane mediocre del tennis romano, senza neanche parlare di panorama tennistico nazionale in toto.

È proprio qui che risiede lo spirito (o lo spettro) della commedia all’italiana, in una storia la cui morale passa per il fallimento, al termine di un racconto di formazione splendidamente architettato.

Voto:
3.5 out of 5.0 stars

Post precedente

"Demon Slayer: Kimetsu no yaiba - Il Castello dell'Infinito" conquista la Cina: esordio da record da 52.7 milioni

Post successivo
Tom Cruise riceve l'Oscar alla carriera ai Governor Awards

Tom Cruise riceve l'Oscar alla carriera ai Governor Awards