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Cannes 78 – The disappearance of Josef Mengele: il deludente ritorno di Serebrennikov

Copyright: Bac Films/DCM

Appena un anno fa, Kirill Serebrennikov presentava in concorso al Festival di Cannes Limonov, tratto dall’omonimo romanzo di Emmanuel Carrère; il film divise non poco la critica e non riuscì ad accedere al palmarès, nonostante le quotazioni non poi così basse per il valore dell’interpretazione di Ben Whishaw. Questa volta, nell’ambito della 78esima edizione della kermesse francese, il regista russo ha presentato, nella sezione non competitiva di Cannes Premiere, nuovamente una pellicola biografica che, anche stavolta, rappresenta l’adattamento di un’opera letteraria.

The disappearance of Josef Mengele, tratto dall’omonimo romanzo non-fiction di Olivier Guez, ripercorre la vita del famigerato medico nazista all’indomani della Seconda guerra mondiale e durante la sua fuga-soggiorno in Sud America. Strutturato in due macroblocchi narrativi (uno ambientato negli anni Cinquanta e uno nei Settanta), il film si sviluppa tra Argentina, Brasile e Paraguay, focalizzandosi alternativamente sul rapporto tra Mengele e la seconda moglie Martha e il figlio Rolf, nel tentativo di giustificarsi, interrogato da quest’ultimo, rispetto ai crimini commessi ad Auschwitz.

La nuova fatica dell’autore russo conferma i pregi e i difetti che si succedono da sempre all’interno della sua filmografia, sia nelle opere più riuscite (Summer, 2018), sia in quelle più problematiche (il già citato Limonov). L’eccessiva durata della pellicola (ben oltre le due ore) conduce progressivamente il racconto verso il regno della ridondanza, amplificata maggiormente dagli intenti chiaramente programmatici del progetto. Invero, come molti biopic dedicati a figure così negative come quella del titolo, anche The disappearance of Josef Mengele cade nell’errore di parlare a chi è già convinto, ovvero a chi già conosce e condanna le nefandezze del criminale nazista. Pertanto, il protagonista non risulta mai davvero interessante, in quanto non ne viene mai offerto un ritratto emotivo sufficientemente approfondito da permettere al pubblico di empatizzare – in modo problematico, ça va sans dire, ma comunque intrigante – con lui. Da questo punto di vista, è lecito ipotizzare che un’opera del genere, che comunque porta in dote un forte intento divulgativo, possa trovare una migliore collocazione e senso di esistenza in occasioni molto specifiche come delle eventuali proiezioni per gli istituti scolastici, magari in concomitanza della Giornata della Memoria.

Eppure, non tutto è da cestinare: la consueta competenza tecnica di Serebrennikov è ben evidente anche in questo film e permette allo spettatore di seguirlo senza troppo tedio, così come risulta abbastanza degno di nota il prologo di ambientazione contemporanea che apre l’opera.

Peccato che, spesso, alcune soluzioni estetiche, audaci e interessanti sulla carta, non sortiscano l’effetto narrativo sperato. Ad esempio, risulta pedissequa e poco ispirata l’alternanza del bianco e nero e del colore (adottato nella scena più scioccante della pellicola, a causa della violenza grafica presente). Allo stesso modo, l’uso del pianosequenza non va oltre il consueto impiego di questo tipo di tecnica, ovvero seguire lo svolgimento di una festa percorrendo insieme ai personaggi tutti gli ambienti (ovviamente al chiuso) in cui si sviluppa e terminando con la grande inquadratura ad effetto (l’immagine di una grande svastica illuminata dal sole dell’America Latina).

Quantomeno, a margine di un’opera generalmente deludente, si può apprezzare l’ottima interpretazione di August Diehl nel ruolo del titolo. L’attore tedesco, accompagnato da una buona dose di trucco – come è usuale nei biopic in costume –, riesce effettivamente a catturare tutta la malvagia caparbietà di Mengele, indipendentemente dall’età anagrafica in cui si trova a esprimerla.

Voto:
2.5 out of 5.0 stars

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