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BFI London Film Festival – Blue Moon: l’omaggio di Linklater agli autori di “Oklahoma!” si trasforma in una splendida riflessione sull’industria dell’intrattenimento
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BFI London Film Festival – Blue Moon: l’omaggio di Linklater agli autori di “Oklahoma!” si trasforma in una splendida riflessione sull’industria dell’intrattenimento

Blue Moon Blue Moon

Tra la (necessaria, forse obbligatoria) première di Nouvelle Vague a Cannes lo scorso maggio e la première britannica di Blue Moon della scorsa settimana, si può tranquillamente affermare che il 2025 sia stato un anno condizionato da nostalgia e riflessioni per Richard Linklater, che come sempre dimostra grande fluidità nello psicanalizzare gli Stati Uniti e l’americanità.

Il film è incentrato sull’amara conclusione del sodalizio musicale tra Lorenz Hart e Richard Rodgers, sancita dal debutto a Broadway di Oklahoma! nel 1943; musical che Rodgers compose insieme a Oscar Hammerstein II e che, con grande disprezzo di Hart, catapultò l’industria teatrale americana nella Golden Age delle commedie musicali. Hart è interpretato da un formidabile Ethan Hawke, che dimostra di essere così viscerale attraverso la propria fisicità, da portare lo spettatore oltre la fase di conoscenza del personaggio: come se potesse già immediatamente considerare il paroliere statunitense un amico intimo. Hart è controbilanciato dallo stoico Richard Rodgers che, interpretato da Andrew Scott, partecipa attivamente all’escalation della grande prova di Hawke.

Tutto Blue Moon è ambientato al Sardi’s, un bar di Manhattan frequentato soprattutto da membri d’élite della scena culturale della metropoli. Sebbene apparentemente statico, Linklater mette in primo piano l’entrare e l’uscire, il movimento costante dei personaggi, nonché i dialoghi umoristici e carichi di tensione. Il maestro del cinema indipendente cuoce a fuoco lento i sottotesti di cui il locale è pregnante. Non siamo al cospetto di un’opera sfacciatamente metaforica, il lavoro extratestuale dell’autore è sempre di sfondo. Questo è il dispositivo che adotta per stimolare il pubblico a osservare e interpretare tutto ciò che osserva scenograficamente. La lealtà spaziale che Linklater dimostra all’interno delle mura del locale è puramente metaforica. Sardi’s accoglie i membri un’industria creativa, alimenta il dialogo e la collaborazione, ma al contempo, si rifiuta di insabbiare le controversie personali e gli scandali sessuali. Considerare Sardi’s (nella sua funzione) come allegoria della macchina hollywoodiana sarebbe al tempo stesso errato e sminuente, sia per ragioni geografiche (New York, il cui cosmopolitismo caratterizza la narrazione), che consentono alla metafora di estendersi oltre i confini iper-americani dell’opera di Linklater, sia in virtù della sfumatura intellettuale del luogo. Sardi’s opera quindi neutralmente come una rappresentazione idealizzata delle industrie culturali eterogenee, che abbracciano con orgoglio esteriorità e interiorità dei propri membri.

Il protagonismo indiscusso di Hart e Rodgers in questo spazio, attribuisce un significato aggiuntivo alle loro posizioni all’interno del polo culturale in cui spaziano. L’età avanzata di Hart, il suo approccio tradizionalista (ma acuto) alle proprie creazioni e la sua apatia verso un settore in continua evoluzione, lo rendono portabandiera di un insieme di valori creativi ormai obsoleti, datati. In Blue Moon, Hart è simbolicamente caratterizzato dalla sua inflessibilità ai compromessi, oltre all’enfasi che pone su cura, innovazione e pazienza. Si rifiuta di riconoscere il crescente legame tra creazione artistica e produzione commerciale, che all’epoca dei fatti stava cominciando a richiedere a drammaturghi, registi, scrittori e personaggi culturalmente rilevanti di sfornare opere in quantità sempre maggiore. Così da massimizzare l’utilità capitalista di un pubblico (quello americano) in costante mutazione. Sebbene sia reticente a un mondo in cambiamento e alle modalità di consumo che derivano da quest’ultimo, Hart mantiene la sua posizione di artista incorruttibile, che evita con decisione gli ostacoli dettati dall’inconsistenza che definiscono le opere prodotte in una mera ottica commerciale-imprenditoriale, aiutando così Linklater a evidenziare quanto una moralità creativa sia decisiva, all’interno di un’industria nazionale che attualmente dipende da remake e sequel. Che si appella solo superficialmente a portare in auge la propria gloria arcaica.

Al contrario, il fascino creativo di Rodgers risiede nella sua duttilità e nella sua capacità di apprensione nei confronti di pubblico in cerca di intrattenimento e di escapismo emotivo, in un momento storico contraddistinto da crisi profonde. Questo suo fascino, nasce dal desiderio di nutrire le masse con ciò di cui hanno bisogno, anche se questo significa compromettere la considerazione intellettuale che si ha del suo lavoro. Rodgers non viene mai accusato di essere un traditore, sebbene Hart vomiti regolarmente questo giudizio. Linklater si limita a descriverlo come un artista appartenente a una generazione più giovane che, nel tentativo di preservare l’autenticità della propria voce, deve conformarsi a tendenze in continua evoluzione.

Per ribadire questa dissonanza generazionale e artistica, Linklater usa l’affascinante Margert Qualley (nei panni Elisabeth Leiland, una giovane studentessa di Yale oggetto delle ossessioni di Hart). La bella, astuta e indipendente Elisabeth è apprezzata in tutto il suo splendore dal paroliere, il quale, nonostante l’attrazione fisica che prova per lei, raramente la riduce a un banale simbolo di bellezza statuaria. Tuttavia, in seguito all’incontro con Rodgers, viene accolta dal compositore come una donna allettante, stuzzicante, sottovalutando la sua sensibilità. Questo è, forse, il passaggio più accusatorio di Linklater all’interno della sua disamina, poiché l’integrazione di Elisabeth alla narrazione del film stimola una riflessione sulla considerazione riservata alle donne nello showbiz.
A parte gli evidenti limiti, l’arte americana in tempo di guerra, diede risalto alle donne come collaboratrici coraggiose e diligenti allo sforzo bellico, spiegando così il trattamento riservato da Hart a Elisabeth. Mentre è l’arte contemporanea, qui incarnata da Rodgers, ad abusare di una censura più permissiva per sessualizzare e trarre profitto dalle sue interpreti femminili.

In definitiva, con Blue Moon Linklater costruisce un microcosmo stratificato e accurato delle industrie creative, senza posizionarsi fervidamente al fianco di Hart o Rodgers. La natura delicata dell’opera, consente un’immersione storica (in un mondo inevitabilmente alieno) al suo pubblico, creando però dei ponti con il presente, così da connettere il film agli spettatori. Rendendo in conclusione Blue Moon un’opera (quasi) saggistica in grado di alimentare interpretazioni contrastanti.

Personificando quella dissonanza di cui sopra, nella quale Linklater identifica l’essenza di un frenetico contesto creativo.

Voto:
4.0 out of 5.0 stars

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