Nella serata di martedì 18 novembre, Jean-Pierre e Luc Dardenne (vincitori di ben due Palme d’Oro con Rosetta e Il Figlio, nonchè di numerosi altri premi sempre al Festival di Cannes) hanno presentato in anteprima al Cinema Modernissimo di Bologna il loro nuovo film Giovani madri (potete leggere la recensione qui), premiato per la miglior sceneggiatura a Cannes 78.
Ne è seguita un’interessante conversazione con Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna. La redazione di Fuoricampo ha partecipato all’evento, di cui potete leggere il resoconto integrale proprio qui di seguito:
Farinelli: Giovani madri rappresenta per voi la vostra prima volta alle prese con un film corale, mentre di solito le vostre opere sono incentrate su storie individuali. Come avete sviluppato la storia di questo nuovo film?
Dardenne: Siamo partiti scrivendo una sceneggiatura incentrata su una giovane mamma all’interno di una casa accoglienza che, tuttavia, non riusciva a instaurare un rapporto profondo con il figlio appena nato. Poi ce la faceva grazie all’aiuto di un’altra persona, un ragazzo. Questa era l’idea iniziale, così ci siamo recati personalmente in una casa accoglienza per comprenderne il funzionamento e conoscere meglio l’ambiente. Siamo rimasti profondamente colpiti dalle persona che ci lavoravano, a partire dalle psicologhe, alle infermiere, alle ostriche, fino alle giovani madri e ai neonati stessi. In particolare, siamo rimasti affascinati dal ruolo di queste donne che educano queste adolescenti a crescere personalmente per poi essere in grado di occuparsi dei propri figli. Pertanto, ci siamo chiesti: perché non costruire il film direttamente a partire dal luogo, anziché dal personaggio? Ciò ha rappresentato per noi una novità, oltre al fatto di dover gestire più personaggi. Sicuramente questa scelta creativa ha riflettuto il nostro desiderio di cambiamento.
F: Nel film c’è un utilizzo formidabile di attrici professioniste e non professioniste. Come avete amalgamato e lavorato con queste due tipologie attoriali?
D: Tutte le donne più adulte sono attrici professioniste, mentre le cinque giovani madri sono tutte minorenni tranne una, la quale aveva già recitato in una miniserie, mentre un’altra aveva partecipato a un film quando aveva 12 anni. Dunque, sono tutte attrici non professioniste in generale. Non esiste un segreto, a parte il talento e il duro lavoro. Basti pensare che prima dell’inizio delle riprese abbiamo provato e ripetuto tutto il film con tutto il cast per ben cinque settimane. Quindi, forse il mix è stato favorito proprio da questa copresenza di attrici professioniste e non, tanto che dopo le cinque settimane di prove, le riprese sono durate solo trentasei giorni, anziché i cinquanta che erano stati previsti. Inoltre, la riuscita generale del film è dovuto anche alla presenza dei neonati stessi, che erano al centro delle attenzioni di tutti quelli che erano sul set. Durante le prove, all’inizio usavamo delle bambole. Non appena abbiamo iniziato a provare con i bebè, è cambiato tutto, sia in termini di ritmo, sia di scene. E sicuramente è stato un casting molto particolare, dato che i bambini li abbiamo scelti quando ancora erano nel grembo delle loro mamme. Quindi un casting fatto attraverso le mamme (ridono, n. d. r.).
F: Voi potete anche dire che non ci sono segreti nel vostro cinema, eppure resta inspiegabile come sia tutto così perfetto. Addirittura in alcune scene si ha l’impressione che i neonati recitino perfettamente, quindi il segreto rimane. Una cosa, invece, molto chiara è lo straordinario funzionamento dei servizi sociali. Questo è un aspetto formidabile che dà grande speranza.
D: I servizi sociali pubblici funzionano molto bene, tanto che esistono dei centri accoglienza per madri con un’età superiore. Bisogna riconoscere il merito dei servizi sociali, anche perché il 98% delle giovani madri che vengono accolte in questi centri ha alle spalle famiglie e situazioni difficili, come la povertà, la violenza e la droga. Questi temi sono stati trattati nel film, anche se non frontalmente. In questi centri, le ragazze ritrovano il calore della famiglia e possono crescere come madri senza la paura della violenza. Infatti, restano nel centro per nove o dieci mesi e imparano a essere più autonome. Quindi, non si limitano a crescere come donne e come madri, ma imparano anche un mestiere e hanno l’opportunità di terminare gli studi, in modo per reinserirsi nella realtà e poter diventare anche madri single. La nostra speranza è che questi centri continuino a esistere, considerando la difficoltà in Europa di accedere ai finanziamenti.