Dark Mode Light Mode

Giovani madri: l’estetica dell’abbraccio per i Fratelli Dardenne

In quanti modi la luce può impressionare, attraverso la macchina da presa, un abbraccio? E quanti e quali significati narrativi, tematici ed emotivi può fargli assumere? 

Ce lo spiegano brillantemente Jean-Pierre e Luc Dardenne in Giovani Madri, il loro ultimo gioiello cinematografico premiato per la sceneggiatura al Festival di Cannes 2025. E lo fanno con tutta la naturalezza possibile (proprio loro che nel 1999 con il seminale Rosetta hanno rilanciato –amplificandolo a dismisura – il pedinamento zavattiniano nel reame del naturalismo contemporaneo, da lì in poi fatto preda di tanto cinema d’essai europeo). 

La pellicola è un racconto corale, che segue la vita di cinque adolescenti all’interno di una casa accoglienza e alle prese con le sfide della maternità precoce. L’approdo alla coralità (con diverse linee narrative che si alternano senza soluzione di continuità e che rimano vicendevolmente, grazie a un montaggio cesellato finemente) rappresenta una prima volta per gli autori belgi, a testimonianza del desiderio di continuare a sperimentare anche superata la soglia dei 70 anni e della capacità (che a questo punto oseremmo definire “innata”, considerando la loro lunga e trionfale – ben due Palme d’Oro – carriera) di trovare la variazione alla norma. Un aspetto evidentemente fondamentale per chi realizza, come loro, lo stesso (magnifico) film da più di trent’anni.  

Le cinque storie delle giovani madri del titolo (interpretate da sorprendenti attrici non professioniste o meno che emergenti) sono tutte diverse, eppure tutte uguali. La placenta multistrato della sceneggiatura le custodisce in grembo attraverso un fine lavoro di tematizzazione del quotidiano, poi partorito facendogli assumere le forme delle figure della finzione.  

Sebbene ogni ragazza abbia i propri traumi (chi ha un passato di povertà, di droga, violenza o abbandono), interiori ed esteriori, rispetto a sé stessa o verso l’altra da sé (cioè la madre), lo sguardo sociorealista dei Dardenne àncora tutti questi personaggi e le loro storie al tema dell’assenza e della lontananza (che, d’altronde – e perdonerete la fastidiosa e saccente tautologia – è solo assenza di vicinanza e di contatto). 

Nell’accettazione o nel rifiuto di una maternità così precoce, tutte queste donne sono costantemente chiamate a interfacciarsi con la figura stessa della madre-matrigna, accogliente per nove mesi e, talvolta, respingente per una vita intera. Nell’equazione irrisolvibile del restare e dell’addio, si inserisce la società fatta struttura oppure lo Stato fatto società: le case accoglienza, che hanno il compito di accompagnare le ragazze-madri verso l’indipendenza emotiva, culturale, sociale e possibilmente economica.  

I Dardenne rappresentano le assistenti sociali (interpretate da attrici professioniste, secondo un simpatico gioco metalinguistico tra chi insegna e chi impara non solo sul livello diegetico, ma pure su quello extradiegetico del lavoro attoriale sul set) e l’intero meccanismo del welfare come qualcosa che funziona davvero, rifuggendo il pessimismo dilagante (e spesso non del tutto realistico) che affligge, a volte, il cinema del realismo sociale.  

Il rapporto tra le ragazze e le loro madri-maestre surrogate è sintetizzato straordinariamente dai registi belgi attraverso un unico gesto, che a ogni sua manifestazione assume un significato diverso e genera un tono altrettanto differente: l’abbraccio.  

Che sia l’ultimo abbraccio di una (non più) madre al figlio neonato (e che per la prima volta, dopo più di un’ora di pellicola, vediamo inquadrato in mezzo primo piano, colto nell’esibizione di un ingenuo e straziante sorriso rivolto verso chi lo sta per abbandonare) o di una giovane mamma che ha appena ritrovato la propria genitrice dopo più di un decennio e che ha solo bisogno di una conferma gestuale (o di un risarcimento affettivo?); che sia solo un gesto tenero tra due neo-genitori o tra due sorelle o uno slancio disperato verso il corpo di un’assistente sociale, assurto a totem del conforto e a simulacro della maternità perduta, rifiutata o dimenticata.

Un solo gesto che conserva e veicola moltitudini di emozioni e di situazioni, di persone e di storie, di significati postivi e negativi. Perché, se dopo tutto questo tempo è ancora valida la lezione del cinema dei Dardenne, cioè che la violenza e il male nascono e crescono con la stessa naturalezza e nitidezza del bene, allora anche un abbraccio può essere crudele. 

Fortunatamente, vale pure l’altra lezione dei Dardenne: quando va tutto male e anche quando finisce tutto male, c’è sempre speranza. Proprio come ci dimostra l’ultimo commovente campo totale del film: una “famiglia-neonata” che danza sulle note di Mozart (che non caso, per citare una delle due “palme” dei fratelli, era prodigiosamente “enfant”). 

Voto:
4.0 out of 5.0 stars

Post precedente
Kevin Costner sarà Bill Clinton nella nuova serie "United"

Kevin Costner sarà Bill Clinton nella nuova serie "United"

Post successivo
Paramount avrebbe presentato un'offerta di 71 miliardi per acquisire Warner Bros.

Paramount avrebbe presentato un'offerta di 71 miliardi per acquisire Warner Bros.