Il 17 febbraio 1958 Papa Pio XII nomina Santa Chiara d’Assisi (al secolo Chiara Scifi, 1194-1253) santa patrona della televisione e delle telecomunicazioni. Il motivo dietro a questa curiosa investitura è, in realtà, piuttosto semplice. Impossibilitata a partecipare alla Santa Messa di Natale del 1252 (l’ultimo che la donna avrebbe trascorso prima di morire), poiché allettata e confinata in convento, Chiara riuscì comunque ad assistere alla celebrazione liturgica grazie a una miracolosa visione che le permise di udire e vedere ciò che accadeva nella chiesa di San Francesco d’Assisi. Papa Pacelli paragona insomma il miracolo di Santa Chiara all’avveniristica capacità della televisione che “ci permette di vedere e sentire gli avvenimenti a distanza nel momento stesso in cui accadono, e questo in un modo così suggestivo che crediamo di assistere” (Enciclica “Miranda prorsus”, 8 settembre 1957; A.A.S. XLIX, p. 800).
Nello straordinario Disclosure Day di Steven Spielberg, che affida proprio al mezzo televisivo il compito di effettuare il disvelamento circa la verità sulla presenza di vita aliena nell’Universo e sulla Terra, il villain Noah Scanlon (Colin Firth) citerà durante una conversazione con Jane (l’ex-novizia del convento di Saint Claire – appunto – interpretata da Eve Hewson) proprio il miracolo di Natale di Santa Chiara. La scena in questione, tra l’altro, corrisponde al momento in cui Scanlon sta mettendo effettivamente in scena una visione per Jane, in quanto grazie alla tecnologia di remote viewing (ottenuta retroingegnerizzando e utilizzando artefatti alieni) egli ha la possibilità di manifestare la propria immagine in un luogo molto lontano dalla posizione del suo corpo. Inoltre, Scanlon è in grado di penetrare nella mente della ragazza, assumendo il controllo delle sue azioni; ci troviamo davanti a una classica scena di possessione, eppure sorge spontanea una domanda: qual è la reale fonte di questa possessione?
È evidente che Scanlon si avvalga di un manufatto alieno (identificato nel film semplicemente con il termine “dispositivo” – un dettaglio che riporta alla mente la saga di Mission: Impossible, il cui primo capitolo fu sceneggiato proprio da David Koepp) per compiere tale possessione; tuttavia, sembra che la fonte di potere dell’oggetto pertenga – come molti elementi del film – più al reame della magia e del fantastico che a quello della tecnologia e della fantascienza. A validare quest’ipotesi, ovvero la doppia natura (mistica e scientifica) dell’oggetto, sarebbe il formidabile parallelismo che Spielberg ricama giustapponendo il dispositivo extraterrestre di Scanlon al crocifisso stretto nella mano di Jane con tale forza da farla sanguinare.
Già solo a partire da questa breve sequenza, può apparire chiara l’intera dialettica tematica su è impostato Disclosure Day: la relazione tra razionale e irrazionale. Facciamo un passo indietro e lanciamoci rapidamente nei meandri della trama del film: Margaret (Emily Blunt) e Daniel (Josh O’Connor) sono stati rapiti dagli alieni all’età di dieci anni e in loro sono stati infusi due poteri soprannaturali, rispettivamente un’estrema capacità empatica e una predisposizione sovrumana alla comprensione del linguaggio logico-matematico. In breve, Margaret e Daniel rappresentano con le loro particolari capacità due aspetti complementari della natura umana, cioè la sfera emotivo-irrazionale e quella scientifico-razionale.
Se nel primo ambito rientrano i concetti di religione e di Dio, intorno al secondo orbitano quelli della scienza, secolarizzata e laica.
In Disclosure Day Dio viene nominato spesso, soprattutto in merito alle implicazione di ordine teologico e religioso che potrebbero emergere nel caso in cui l’umanità venisse a conoscenza dell’esistenza di forme di vita extraterrestri. Infatti, questo è proprio ciò su cui Jane dibatte una volta che il fidanzato Daniel le ha rivelato (ovviamente attraverso la visione di alcuni video: “Non mi crederai se te lo dico; allora te lo mostro“) la verità sugli alieni. La giovane, che afferma di non aver perso la fede bensì la vocazione (verrà poi smentita dalla suora Maura, che puntualizzerà: “Hai perso la fiducia nelle persone), teme che la consapevolezza dell’esistenza di esseri così soprannaturali come gli alieni possa generare allarmismo tra i credenti, i quali perderebbero Dio, giudicato “indispensabile perché ci ricorda chi siamo come umani“. In seguito, ancora bloccata nell’incertezza, Jane si rivolgerà a suor Maura che a proposito della coesistenza di Dio e di forme di vita extraterrestre specificherà che nella Genesi l’essere umano è considerato la suprema creazione di Dio limitatamente alla Terra e non a tutto l’Universo.
Senza il bisogno di addurre ulteriori esempi, nel film emerge con chiarezza la convinzione che parlare di Dio significa in realtà parlare dell’essere umano, ovvero della sua natura, dei suoi bisogni e dei suoi limiti.
Ai fini della nostra trattazione, assume una notevole rilevanza il personaggio di Hugo Wakefield (il cognome, se tradotto alla lettera assume un significato per nulla casuale), interpretato da Colman Domingo che, proprio come nella serie HBO Euphoria (la quale, soprattutto nella terza stagione, è pervasa ossessivamente dalla religione), veste il ruolo di una specie di santone, evangelizzatore o semplicemente ministro del culto. Nella pellicola di Spielberg, Hugo è un demiurgo che sta allestendo un set (la ricostruzione pedissequa della casa d’infanzia di Margaret) affinché la verità possa manifestarsi a Daniel e Margaret e affinché loro possano credere perché, come San Tommaso, hanno visto.
Nella stratificata sceneggiatura di Koepp, Hugo è strutturato come l’antitesi di Scanlon. Se il primo crede nell’umanità e si abbandona all’idea di fede (“Quando sarà il momento, sarà tutto chiaro“), il secondo – come sottolineato dal suo nome di battesimo – non ha fiducia negli uomini e parimenti al Noè biblico negherà loro l’accesso alla sua Arca (la verità sugli alieni, insabbiata per 79 anni – buffamente, la stessa età anagrafica di Spielberg). Se Scanlon si riferisce all’artefatto alieno usato per generare le visioni con il termine “dispositivo”, ecco che Hugo lo paragona ironicamente a una bacchetta magica e a Margaret e Daniel spiegherà che per usarlo correttamente, in modo da scoprire la verità sul loro passato, dovranno necessariamente abbondarsi a esso, indipendentemente dalla loro volontà di controllare l’oggetto o di farvisi guidare. Insomma, dovranno credere.
Anche in questo frangente, torna dunque la dicotomia tra razionalità e irrazionalità. D’altronde non poteva accadere diversamente in un film in cui un discorso scientificamente così complesso come quello della vita aliena viene risolto attraverso la fiaba: Hänsel e Gretel, menzionato esplicitamente dal personaggio di Emily Blunt, e Biancaneve, di cui viene citato l’adattamento cinematografico Disney del 1937 con la canzone Some Day My Prince Will Come, intonata da Margaret Fairchild (ennesimo nomen omen) poco prima di essere rapita dagli alieni da piccola.
L’importanza assunta dalla fiaba in Disclosure Day ci permette di compiere un ulteriore passo nel nostro discorso: raccontare significa immaginare, immaginare significa vedere e per vedere occorre la luce. Tornado alla religione, in particolare quella cristiana, è difficile non pensare all’incipit del racconto fondativo della civiltà occidentale: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra. La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque. Dio disse: «Sia luce!» E luce fu” (Genesi 1, 1-3).
Il cinema di Steven Spielberg e del suo eccezionale dop Janusz Kamiński è continuamente attraversato da fasci di luce volti a squarciare le tenebre del male o di una verità nascosta (tra i più belli, celebri e significativi ricordiamo almeno quelli di Schindler’s List). Lo stesso accade in Disclosure Day quando Jane è intenta a visionare i filmati di repertorio circa gli abusi perpetrati dal governo americano ai danni degli alieni: in quella scena, alle sue spalle si vede proprio un raggio luminoso che assume ben tre significati. Il primo è di natura cinefila, per cui il fascio di luce ricorda quello di un proiettore cinematografico (una rima sviscerata ampiamente nel precedente The Fabelmans); il secondo ha a che fare metaforicamente con la scoperta della verità, mentre il terzo rimanda alla sfera biblica.
Ad essere sorprendente è il fatto che tutte e tre le interpretazioni siano perfettamente sovrapponibili senza risultare tra loro dissonanti: per Spielberg le immagini, e quindi il cinema, sono fonte di verità e il cinema è fatto della stessa sostanza di Dio.
Soffermiamoci sui “superpoteri” di Margaret, manifestatisi con l’apparizione di un uccello cardinale. L’animale è, insieme al cervo associato a Daniel Kellner, un elemento testuale che, come il raggio di luce, è caricato almeno di tre significati distinti ma connessi. Il primo è quello relativo alla simbologia religiosa e spirituale, per cui entrambe le creature sarebbero una specie di messaggeri divini; il secondo è relativo alla fiaba, dunque al valore delle storie e dell’immaginazione, mentre il terzo è di ordine cinefilo. In questo caso, il riferimento sarebbe a Secondo amore (1955) di Douglas Sirk in cui le due bestiole, soprattutto il cervo, costituivano il centro poetico di un racconto inerente, guarda caso, a un segreto inconfessabile (l’amore tra una vedova e un giovane, socialmente non accettabile). Inoltre, il titolo originale del melò di Sirk è All that Heaven allows, delle parole che appartengono evidentemente a un campo semantico ben preciso, quello della Provvidenza, non poi così estraneo a Disclosure Day.
Entrando nel merito, Margaret ha il dono dell’empatia che le consente di generare, quasi inconsciamente, delle visioni attraverso cui le persone crederanno di vedere al posto del personaggio di Emily Blunt i loro affetti più cari, anche quelli ormai defunti, anche solo per un istante. Anche stavolta, si fa fatica a non pensare a un’altra della grandi narrazioni della civiltà occidentale, ovvero il mito di Orfeo ed Euridice, tutto incentrato sull’importanza del vedere, appunto.
Accingendoci alla conclusione di questo lungo approfondimento, vogliamo evidenziare la sempre maggiore presenza della tematica religiosa in molti prodotti hollywoodiani concepiti per un pubblico di massa. Oltre alla già citata Euphoria, pensiamo anche a Wake Up Dead Man: Knives Out, 28 anni dopo – Il tempio delle ossa, vagamente a Project Hail Mary e soprattutto ad Avatar: Fuoco e Cenere.
Sia l’ultima opera di Spielberg, sia l’ultima di James Cameron parlano di alieni, religione e del rapporto tra irrazionale e razionale, tra fede e scienza. E lo fanno sempre attraverso la luce.
Quando Kiri va in estasi mistica e trasforma Spider in un Na’vi grazie alla magia della dea Eywa, per spiegare come ha potuto compiere quello che è un autentico miracolo dirà: ” Non sono sicura, ma sento che è la cosa giusta“. Difficile non pensare alle parole di Margaret, quando per illustrare le proprie capacità empatiche parlerà di “inclinazione“.
Allo stesso modo, quando Jake dice a Quaritch: “Hai occhi nuovi colonnello, devi solo imparare ad aprirli” spronandolo verso un’eventuale conversione al credo di Eywa, sembra di riascoltare la conversazione tra Hugo e Scanlon, quando in Disclosure Day il primo ammonisce il secondo circa l’importanza di credere.
Infine, anche nel terzo capitolo di Avatar ogni fenomeno porta in dote una doppia spiegazione, mistica e scientifica. Quando Kiri scopre la verità sulla propria natura messianica in quanto figlia di Eywa, ecco che essa viene subito ribaltata attraverso le coordinate scientifiche della partenogenesi, della clonazione e dell’endosimbiosi. Come Spielberg con Disclosure Day, Cameron intende la religione, o quantomeno la fede, come indispensabile in quanto caratteristica precipua dell’essere umano, ponendola sullo stesso livello di complementarietà della sfera razionale.
Concludiamo sulla luce: in Fuoco e Cenere è presente una citazione diretta all’episodio biblico narrato nella Genesi (22, 1-18) e relativo al sacrificio del figlio Isacco per mano del padre Abramo. Al termine della scena che vede protagonisti Jake e Spider, la macchina da presa vira dolcemente verso l’alto inquadrando un fascio di luce (stavolta necessariamente divina) che si irradia tra le chiome degli alberi di Pandora. Come se ciò non bastasse, nell’ultima scena del film, i Na’vi si connettono a Eywa: si tratta di un’unione fisica e spirituale basata su un principio molto semplice, ovvero vedere con gli occhi chiusi. Come le persone che guardando Margaret Fairchild possono scorgere immagini dall’aldilà, così possono fare i Na’vi per rincontrare. grazie a una visione, chi non c’è più. Il frutto di questa visione collettiva (o estasi mistica) è una luce abbagliante che si diffonde per tutta Pandora, come dimostra l’ultima inquadratura della pellicola.
In Disclosure Day e Avatar: Fuoco e Cenere ci sono delle visioni, che consentono di attraversare lo spazio e il tempo mentre il corpo resta fermo. Proprio come nella notte di Natale del 1252 è accaduto a Santa Chiara. Per Spielberg e Cameron, forse, il cinema è sempre esistito.