Prima esperienza in lingua inglese per Quentin Dupieux, che in 19 anni ha già realizzato 16 lungometraggi da regista e sceneggiatore. Full Phil vede nel suo cast Woody Harrelson e Kristen Stewart, protagonisti assoluti (padre e figlia) di una consueta commedia dai toni surreali (non surrealisti in questo caso) à la Dupieux. Sfortunatamente però, come è lecito aspettarsi da certi scenari, il passaggio dalla lingua madre a quella inglese (o a quella francese per gli autori orientali, vedi Asghar Farhadi e Hamaguchi, presenti entrambi a Cannes con dei film parisien) finisce col diventare la celebrazione di un funerale artistico.
L’ironia insita in ogni dialogo (in ogni sillaba verrebbe quasi da asserire, sarcasticamente) dalla penna del fenomenale artista francese, finisce per smarrire ogni riferimento umoristico, nel passaggio alla lingua inglese. La dialettica di Dupieux finisce per trasformarsi in una sottospecie di analogia a quella delle commedie più gagliarde del Woody Allen degli anni d’oro, il che, francamente, depriva il francese della sua unicità. Risulta anche forzata la scelta di casting legata alla protagonista femminile: la Stewart, che tende a farsi prendere troppo sul serio, attraverso i suoi personaggi (eccezion fatta per la sublime prova in Spencer di Pablo Larrain), è una pessima interprete per una commedia di Dupieux. Non è in grado di farsi scorrere addosso con autoironia le gag esilaranti del regista e dj (alcuni di voi potrebbero conoscerlo come Mr. Oizo infatti), finendo per indurre anche il suo partner in crime Harrelson a darsi la zappa sui piedi. Come anche nel precedente L’accident de piano (trovi qui la nostra recensione), il regista inizia a progredire poeticamente (dopo una serie di opere tutte sulla stessa falsariga), proponendo spezzoni di storia dai toni drammatici. Il finale di Full Phil infatti, lascerà spazio per discussioni e interpretazioni, assumendo connotati da body horror, a tratti, pur preservando la consueta ironia demenziale.
La questione di genere-nel-genere infatti, allude a una (mica poi tanto) velata critica al mondo maschile e alla sudditanza di un genere rispetto all’altro, quando incastrati in dinamiche familiari. Le due gag reiterate lungo tutta la durata del film infatti, riguardano la “sorveglianza” nei confronti di uomini potenzialmente violenti e un’altra legata invece al sacrificio di un padre verso una figlia. Il problema, sta in come la consueta brillantezza di Dupieux si perde in un esperimento bizzarro, in termini di casting e di bilanciamento dei toni, come se fosse incapacitato a prendere le redini della storia.
Probabilmente il suo film meno riuscito a oggi.
Voto:
2.0 out of 5.0 stars