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Venezia 83 – Un détour par Diane: una commedia profondamente ambigua, protagonista di Orizzonti

Venezia 83 – Un détour par Diane: una commedia profondamente ambigua, protagonista di Orizzonti

Credits: Les Films du Fleuve, Marianne Productions

Il terzo lungometraggio di Ann Sirot et Raphaël Balboni, presentato nella sezione Orizzonti, venendo insignito del premio al miglior film, desta, per usare un eufemismo, giusto qualche perplessità. Operetta insignificante nella grande economia del cinema europeo contemporaneo che si sforza per finanziare e mettere in luce storie problematiche di femminilità, Un détour par Diane è una commedia pretenziosa che vive di ideologia (o presunta tale) più che di sostanza.

Il film ruota attorno alle vicende di Diane, ragazza nel pieno dei vent’anni, che viene a sapere da sua madre un aneddoto profondamente perturbante; la donna, a diciotto anni fu violentata da un cliente durante un’estate passata a lavorare come cameriera in una località balneare in Belgio. Venute a sapere della morte del violentatore, le due donne hanno reazioni antipodiche: se per la madre la morte accidentale (viene fulminato da un tuono) dell’uomo equivale a una punizione tutto sommato sufficiente, per la figlia c’è bisogno di infierire figurativamente sul cadavere. Da qui un viaggio improvvisato, con Diane che si recherà sul luogo del delitto, per profanare la lapide dello stupratore. Il colpo di scena? La ragazza rimorchierà un ragazzo che sta facendo l’autostop, intraprendendo un’avventura sessuale di una notte; peccato però che l’ignaro giovane è proprio il figlio dell’uomo che stuprò sua madre quarant’anni prima. Senza un briciolo di morale né di sensibilità, il film della coppia di registi belgi lascia che la storia di Diane, che si innamorerà del partner sessuale nel giro di poche ore, sguazzi in un oceano di ambiguità. Sembra quasi che l’epifania rispetto alla vera identità del ragazzo non la porti a pensare neanche per un istante a, che so, avere scrupoli morali rispetto alla situazione sui generis in cui si sta immischiando. E in questo senso la protagonista dell’opera ne riflette le imperfezioni: Diane personaggio vive in una dimensione di profonda ipocrisia nei confronti delle battaglie che lei stessa cerca di portare avanti (a parole): bastano un paio di farfalle nello stomaco per uno sconosciuto per farle mettere in secondo piano la “vendetta” architettata verso lo stupratore di sua madre; Un détour par Diane al contempo, cerca di essere un racconto di sola ideologia, spostando al lato coerenza formale, profondità d’intenti, veicolazione di battaglie e dilemmi sociali a noi contemporanei.

In conclusione, l’improbabile vincitore di questa Orizzonti riduce sé stesso a un prodotto da film commission, dalla forma improbabile e dalle inossidabili lacune empatiche che crede di potersi inserire in un contesto produttivo-finanziario elevandosi rispetto al resto del filone, con l’insensata pretesa di trovare una chiave di lettura di genere brillante e rivelatoria: il risultato è disastroso. I registi ambigui sono più problematici di quelli incapaci, sempre.

Voto:
2.0 out of 5.0 stars

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