Susanna Nicchiarelli prosegue sulla falsariga del precedente Chiara, film biografico incentrato sulla figura storica di Santa Chiara (a chiudere una trilogia tematica di biopic al femminile iniziata con Nico, 1988 e proseguita da Miss Marx), nel confezionare l’adattamento in live-aciton del fumetto one-shot Giorni felici di ZUZU (pseudonimo di Giulia Spagnuolo). La continuità tra gli ultimi due lavori della regista e sceneggiatrice, dispiace dirlo, è data dalla sconclusionatezza che segna sia Chiara che Giorni felici, due esperimenti che lasciano talmente perplessi da iniziare a chiedersi che fine abbia fatto la talentuosa autrice di Miss Marx (ma anche della sceneggiatura di Rapito del maestro Marco Bellocchio).
Carlotta Gamba interpreta un’aspirante attrice in lizza per un posto tra le fila di un’accademia d’arte drammatica a Roma. Ex studentessa fuorisede, rientra in capitale per i colloqui di ammissione, imbattendosi per caso (o forse non fino in fondo) nel suo ex storico, interpretato da Riccardo Scamarcio. Chiaramente, la controversia legata alla relazione, passa per l’ingente differenza di età tra i due che, come raccontato dai lunghi flashback fotografati in un gradevole bianco e nero carico di nostalgia, si scontreranno durante tutta la durata del loro amore, tra divergenze di vedute, forme di gaslighting neanche troppo velate (da parte di lui) e asincronie esistenziali. La messa in scena degli stati d’animo della ragazza passa per le trasformazioni (graduali) di alcune parti del suo corpo, che richiamano l’anatomia di un volatile, eccezion fatta per le zanne da cinghiale che le spuntano fuori ogni volta che si sente incompresa. Qui, salta fuori il primo gravissimo errore da matita rossa: il trucco prostetico che ricopre di piume e pelurie varie il corpo della Gamba per tramutarla in un mostro, è quanto di più fittizio si potesse realizzare, forti di un budget all’altezza dello sforzo. Con la bravissima attrice che sembra stia indossando dei tappeti per il bagno, la federa di un poggiapiedi, o peggio i filamenti in microfibra di un mocio. Ma non solo. Oltre all’interdizione scaturita da un lavoro di artigianato sconcertante, le regole che determinano le trasformazioni, non sono affatto chiare: all’inizio sembra quasi che il corpo di Claudia (Gamba) muti quando è eccitata sessualmente, eppure la sfera erotica viene presto accantonata e le zanne vengono fuori unicamente nei passaggi in cui la giovane si sente spaesata o incompresa. Per non parlare invece delle ali da angelo che le sbucano dalla schiena nella melensa scena in auto in cui si rende conto di amare (in un flashback, chiaramente) il personaggio di Scamarcio (Giorgio).
I “due” atti (la cui divisione viene indicata a schermo, sebbene all’atto pratico ce ne siano tre, contrariamente a quanto riportato dai cartelli) sono poi intervallati da scene ambientate in un tempo – parzialmente – indefinito, in cui Claudia interpreta il Giorni felici teatrale di Samuel Beckett, sotterrandosi sempre di più in una buca in spiaggia. Forse, sono proprio i due istanti del racconto legati alla messa in scena allegorica di un malumore a far passare il film della Nicchiarelli in un progetto tanto maldestro quanto altezzoso e appariscente, in cui sono i voli pindarici della regista a fare da padroni indiscussi della scena: far spiccare il volo alla protagonista, dopo essersi macchiata di un efferato omicidio, non cancella l’ambiguità con cui si conclude il rapporto tra i due amanti (nella linea temporale “presente”), né tantomeno libera la donna dai suoi demoni.
Stendiamo invece un velo pietoso sul discorso sul menarca della protagonista (à la Carrie) che viene introdotto nel prologo del film, in un altro flashback estemporaneo. Semplicemente improponibile. Proprio come l’epilogo, che si riaggancia al preoccupante incipit. Con in sottofondo Road to Nowhere dei Talking Heads: un apice di pretenziosità.
Voto:
1.5 out of 5.0 stars