Si apre con un paradosso, il nuovo film del DCU di James Gunn e Peter Safran: “Golden Years” di David Bowie, mentre un giovane attore a un passo dalla sua prima candidatura agli Oscar sta viaggiando in auto verso la “Imperial Pictures” (in quelli che sono i veri Warner Studios), come a volerci suggerire, con una punta di sadismo, che la storia della major per come l’abbiamo sempre intesa, appartiene già al passato: Matt Hagen perde il volto, sfregiato da un boss della malavita di Gotham, e il suoi Golden Years finiscono per portarlo direttamente sul Viale del Tramonto.
Clayface di James Watkins altro non è che un body horror incentrato sulla perdita dell’identità di un divo, che viene messo in una intrigante posizione femminile, se vogliamo. Perché la fine del successo di Hagen non passa tanto dalla perdita di identità, quanto più dalla perdita di bellezza e appeal sessuale. Il nuovo mostro di casa DC Studios rinnega in effetti alcuni dei tratti che meglio avrebbero potuto rendere la sua resa cinematografica in live-action, su tutti, la sopracitata sfera sessuale e il divismo, che nel film di Watkins rappresenta soltanto il punto di partenza, perdendo lungo la strada i cocci di un’idea tanto audace quanto, a conti fatti, sconclusionata. Il percorso di Hagen, una volta trasfigurato, è quello di una povera anima in pena, confinata in un monolocale di dimensioni vergognosamente esigue, abbandonato a sé stesso, con la componente divistica che si scioglie come neve al sole al termine del prologo.
Per intenderci, all’annuncio della sinossi ufficiale di Clayface, due anni or sono, chiunque avrebbe pensato a The Substance di Coralie Fargeat, in virtù del dualismo tra uomo e maschera (concetto alla base della stragrande maggioranza dell’epica supereroistica), soprattutto se immerso in un contesto divistico (Hollywood) contrapposto ai bassifondi di Gotham e ai suoi picchi di criminalità e corruzione. La realtà dei fatti è che il film sceneggiato da Mike Flanagan rispecchia per filo e per segno i limiti espressivi del suo autore e ideatore originale: la penna del regista di The Life of Chuck e Doctor Sleep si percepisce nei frangenti in cui sarebbe opportuno insistere sugli eccessi, sulla spettacolarità estetica, sulla metaforizzazione dei corpi (vogliamo farlo questo body horror, o no?). Flanagan è autore horror prevalentemente televisivo (The Haunting of Hill House, Carrie) e i canoni edulcorati del suo approccio alla messa in scena dell’orrore, del trucido, si sentono tutti, “sfogliando” metaforicamente lo script di Clayface, che è un prodotto vietato ai minori superficiale, intrattenente più che riflessivo e fin troppo pavido. La più grande blasfemia del primo horror targato Warner sotto il marchio Skydance poi, sta nel non aver colto al balzo alcune intuizioni insite nella scrittura del personaggio di Caitlyn (Naomi Ackie), che è, come fossimo in un monster movie d’autore, l’unica in grado di placare Hagen quando i suoi poteri gli fanno perdere il controllo. La domanda quindi sorge spontanea: al posto di ridurre tutto a uno scontro finale tra la creatura e la protagonista femminile povero di idee e frettoloso, perché non mettere in scena un epilogo à la Frankenstein di James Whale (1931)? Perché non mettere la comunità contro il mostro? Oppure, perché non insistere sulla figura empatica e salvifica di Caitlyn, à la La forma dell’acqua, tanto per citare un altro straordinario mostro hollywoodiano? Clayface avrebbe potuto e dovuto essere un film (anche) cinefilo, per sua stessa natura: non è in grado di giocare, evidentemente, con la storia del monster movie (o con quella del body horror), per trarre nuove conclusioni. Il ritratto di Dorian Clay (eh sì), sembra essere nato già vecchio.
L’aiuto (soltanto teorico) che James Watkins cerca di apportare al lavoro banale fatto da Flanagan (e da Hossein Amini, che ha lavorato al progetto a partire dalla seconda stesura del copione) il suo punto di vista, che si rivela essere piuttosto asettico, posticcio e a tratti svogliato: il film è pieno di momenti di raccordo girati controvoglia, che sono lì nel montaggio finale perché, evidentemente, è stato ritenuto che fossero necessari ai fini dell’intreccio “investigativo” che accompagna secondo e terzo atto. Non c’è raffinatezza in tutto questo, non c’è ricerca. C’è soltanto un tentativo molto goffo (un bel capitombolo a essere sinceri) di proporre un’alternativa di qualità ai prodotti Rated-R dei propri competitor. Proprio come il precedente lungometraggio dei DC Studios, Supergirl, il tentativo di investire e credere in un personaggio minore (in quanto a popolarità) dell’editoria DC, si è tradotto non solo in un nulla di fatto, ma anche e soprattutto in un prodotto finale mediocre.
Voto:
2.0 out of 5.0 stars