The Social: Il prezzo della verità arriva, per usare un eufemismo, nell’ignoranza più totale da parte di pubblico e addetti ai lavori, vuoi anche per una campagna promozionale pressappoco inesistente. Si tratta di un’operazione sorta quasi in virtù di un automatismo produttivo quando, nel 2021, venne annunciato il nuovo romanzo di Ben Mezrich, The Anti-Social Network, che è a tutti gli effetti il seguito del suo best seller del 2009 Milionari per caso – L’invenzione di Facebook: una storia di soldi, sesso, genio e tradimento, che Aaron Sorkin trasformò in The Social Network, per conto di David Fincher, in uno script leggendario che gli valse l’Oscar nel 2012. Sembra quasi che gli executive di Sony e Columbia abbiano proposto al regista statunitense di dare al film con Jesse Eisenberg ed Andrew Garfield un sequel in risposta alla pubblicazione del nuovo saggio di Mezrich.
Questo perché, tanto per ribadire l’ovvio, il The Social di Aaron Sorkin dà l’impressione di essere stato realizzato in fretta e furia, inseguendo e conferendo forma fisica a luoghi comuni e approssimazioni di ogni sorta. A partire dalla materia alla base del racconto: il gruppo Facebook (che nel 2021 venne ribattezzato Meta proprio a causa dell’inchiesta giornalistica valevole del Pulitzer alla quale il film si ispira) e la sua influenza sulle vite delle persone. 2019. Facebook ha 2.8 miliardi di utenti. Siamo a un anno dalla pandemia da Covid-19 e a poco meno di due dal tentato colpo di stato dell’8 gennaio 2021 a Capitol Hill. Il caotico racconto di Sorkin racconta del processo di transizione morale di una data scientist al soldo di Facebook, Frances (Mikey Madison), una delle laboriose formichine al lavoro nella divisione dell’azienda di Zuckerberg che si occupa di valutare l’impatto che le interazioni social hanno sulle derive ideologiche di alcuni utenti particolarmente dipendenti da quest’ultimo. O per meglio dire, la testimonianza della whistleblower (“spiona”, lett. “colei/colui che soffia”) dimostra che il 64% degli utenti iscritti a Gruppi Facebook di estrema destra sono stati “spinti” dall’algoritmo ad avvicinarvisi. In effetti The Social è il racconto di come un’ape ha mandato (parzialmente) il lavoro dell’alveare intero, dimostrando come la totale assenza di controllo e/o censura da parte del CEO di Meta ha inevitabilmente condotto una fetta corposa della cittadinanza americana a perdere contatto con la realtà, dando adito a teorie del complotto di ogni sorta, legate ai vaccini Pfizer piuttosto che alle elezioni “fraudolente” del 2020; seguendo questo schema (che potremmo definire “cassandriano”, per citare un riferimento esplicito fatto dal regista) Sorkin mostra l’incepparsi dell’ingranaggio Facebook/Meta, assumendo il punto di vista di due protagonisti che non sanno avere a che fare con l’identità virtuale: se da un lato Frances/Madison si definisce a più ripresa una “amante di Facebook”, dall’altro viene ritratta come una donna sulle sue, seppur a sprazzi vampante e piena di sé, una sorta di Katharine Hepburne degli anni d’oro; il tutto si traduce in un disagio di fondo nei confronti di social e app di incontri. Jeff Horwitz (Jeremy Allen White) invece, sa a malapena come si usa un device tecnologico e apre il suo primo account Facebook nel giorno in cui gli viene commissionata l’inchiesta. Va detto che questa intuizione drammaturgica poi, non va da nessuna parte e anzi, forse sarebbe anche opportuno iniziare a mettere di comune accordo in discussione Aaron Sorkin, che passa inspiegabilmente per guru degli sceneggiatori da trent’anni. Per rimanere in tema, tra i molti stereotipi propinati dal film, ce ne sono anche di autoreferenziali: sembra quasi che il regista di Il processo ai Chicago 7 non riesca a non raccontare storie al di fuori dello schema del dramma processuale: in The Social l’udienza di Frances al Congresso è il traguardo della storia, ma in effetti tutte le scene che vedono Zuckerberg (Jeremy Strong) al centro dell’attenzione mantengono l’impostazione scenica di un procedural drama, con il CEO di Meta seduto a una scrivania in quella che è una prova registrata di un’intervista televisiva alla quale sta per essere sottoposto.
Sembra che Sorkin voglia limitarsi a impastare una serie di ingredienti già noti al suo cinema e al suo schema produttivo, per confezionare un film d’inchiesta che sappia fotografare la tragedia degli algoritmi social, portandoli alla sbarra per quello che sono (“Lo strumento più pericoloso mai messo tra le mani dei cattivi”). Peccato però che il pressapochismo che da sempre (salvo le eccezioni Fincher e Reiner) accompagna il suo cinema impiega soltanto una manciata di secondi prima di schiantarsi contro la realtà del grande cinema americano del post-Covid, da Eddington e Civil War a Una battaglia dopo l’altra e Digger.
E senza girarci attorno, la scelta di chiudere il film con un inserto dedicato alla (non) gestione dell’algoritmo, fomentatore di odio, nel giorno dell’assalto a Capitol Hill da parte di Zuckerberg e soci, senza però mai nominare Donald Trump, è semplicemente pavida. Non c’è termine più calzante per descrivere la pochezza di questo film, in cui ci si rivolge a Trump asserendo frasi come “È il leader in carica di una nazione, non puoi censurarlo”, oppure “Sta continuando a postare? Ha postato e ha detto ai manifestanti di caricare le forze armate”. Vergognoso.
Voto:
1.0 out of 5.0 stars