Il film del festival è arrivato. Joie de vivre è un progetto che accompagna Luca Guadagnino, un gigante del cinema mondiale, da quattro anni. Documentario dalla durata monstre di 435 minuti (sette ore, divise in due tranches da tre e quattro ore per gli accreditati veneziani) dedicato al suo amore cinefilo per eccellenza: Bernardo Bertolucci. Il film vede Guadagnino mettersi in gioco come forse non mai prima d’ora, “recitando” lungo tutta la durata dell’opera, protagonista di lunghe conversazioni sul cinema di Bertolucci (e non solo) con alcuni grandi luminari del cinema contemporaneo, critici, studiosi, registi (su tutti, James Gray, Martin Scorsese, Mark Cousins, Catherine Breillat), interrogandosi a più riprese sullo stato di salute della critica cinematografica. Inutile dire che anche delle inevitabili digressioni collaterali sullo stato della Settima Arte in generale fanno parte del monumentale cine-saggio composto da Guadagnino. Ma in effetti la straordinarietà del suo approccio al documentario divulgativo sta nel punto di vista che adotta sulla realtà della nostra industria: il focus di Joie de vivre è, dal primo all’ultimo istante, la pluralità di voci, prospettive, volti che animano la critica cinematografica a noi presente, un autentico inno a una professione sempre meno riconosciuta, sempre più marginale, sempre più aliena all’immaginario collettivo, più o meno cinephile che sia.
Nell’affresco di Guadagnino, c’è sostanzialmente spazio per ogni corrente di pensiero, dagli approcci più storici (su tutti, quello del “nostro” Marco Giusti) a quelli più umanisti (Francesca Manieri), quelli autarchici e divincolati dagli schemi della critica classica (Mark Cousins). Senza dimenticarci poi delle nuove frontiere (e forme) della critica, come Letterboxd. La domanda fondamentale è: serve ancora fare critica cinematografica oggi? La risposta potrebbe sembrare lapalissiana, ma ciò che la rende vitale per l’evolversi di un dialogo sano sulla nuova vita del cinema è la lettura che il regista propone. Fare critica non significa seguire dei dogmi e appuntare delle ridicole stelline su un giornaletto, ma non la si può neanche ridurre a qualcosa di ben più alto come la mera analisi del testo (strettamente testuale, liberamente extra-testuale, incentrata sulla realtà sociale: qualunque essa sia). Fare critica significa da sempre osservare la realtà e filtrarla attraverso lo sguardo di un autore/autrice, in un dialogo intellettuale e istintivo per certi versi ai limiti del sensuale. Regista e critico sono amanti, in un certo senso e il prodotto della loro passione è ciò che espande, in effetti, la già di per sé straordinaria potenza visiva ed emotiva che il testo filmico può partorire. Spesso si portano avanti crociate infondate contro i critici (soprattutto quelli europei), tentando (spesso riuscendoci) di farli (farci, mi ci metto dentro) passare per frustrati che non avevano gli strumenti per salire di categoria e stare dietro la macchina da presa. Ma non si tratta, ahivoi, di una distinzione per categorie, più o meno gratificanti che siano: l’una dipende dall’altra. Guadagnino lo sa bene e realizza un prodotto straordinario, in grado di psicanalizzare il suo stesso pubblico per certi versi. Il suo Joie de vivre è uno specchio per i critici in sala, ma anche e soprattutto per cineasti e critici (cinefili in generale) di domani, discorso ribadito in una scena esilarante in cui il regista racconta, interrompendo il suo interlocutore, la storia in sintesi della/e Nouvelle Vague, rivolgendosi esplicitamente ai “ragazzini in sala”; nelle sue interviste (ma anche nelle sue opere, basti pensare a Suspiria) la teoria freudiana torna spesso (potremmo definirla una delle sue ossessioni di intellettuale) e in effetti il lavoro che porta avanti lungo tutte le conversazioni sul cinema di Joie de vivre sembrano voler risvegliare qualcosa di inconscio negli spettatori, come a voler estrarre chirurgicamente dei pensieri subliminali sulle nostre esperienze individuali di spettatori che albergano negli anfratti più remoti del nostro subconscio. Perché a pensarci, cos’è il cinema (inteso come esperienza spettatoriale) se non un insieme di frammenti sconnessi, fotogrammi sbiaditi, che restano inspiegabilmente con noi per tutta la vita? Come scegliamo quali istanti immagazzinare di un film e quali invece no? Nel documentario di Guadagnino, si intende tra le righe che la soluzione a questo dilemma risiede nel confronto. L’esperienza collettiva che è alla base della catarsi legata al cinema vissuto in sala, ci esorta a sublimare l’atto della visione cercando ossessivamente (se possibile) il dialogo con gli altri spettatori, con altre menti, con altre prospettive. Perché c’è un’arte maieutica dietro il pensiero critico, che passa per un’unione di prospettive. La natura del nostro lavoro di cinefili (la cinefilia è un diritto o un dovere?) è questa: costringerci ad aprirci al prossimo, inseguire il confronto, bramarlo, assaporarlo, detestarlo a volte. E maestri come Bertolucci sintetizzano perfettamente l’essenza dell’esperienza cinematografica nella sua interezza.
In tal senso Joie de vivre è un balsamo per l’anima per ogni individuo (non necessariamente un critico) a cui basta il cinema per sostituire le proprie necessità primarie (e dopo anni di stacanovismo festival, possiamo affermare con convinzione che il cinema può sostituire cibo, acqua e ossigeno), un inno alla critica, un inno all’ossessione per le immagini, per il voyeurismo. Fare un documentario biografico poi, porta inevitabilmente a realizzare inconsciamente una biografia su di sé. Guadagnino non cita praticamente mai i suoi film, né tantomeno raffronta alle opere del suo maestro per segnalare le ispirazioni che può aver tratto (consciamente o inconsciamente) dai suoi lavori, ma al contempo tesse tra le righe questo raffronto senza neanche farci caso. Nello splendido montaggio finale, in cui vengono mostrate in sequenza alcune inquadrature simili tra loro (per composizione, cinematografia, movimenti di camera) che ricorrono nei film di Bertolucci (ed è impressionante vedere come alcuni espedienti visivi siano “figli” del suo primo cortometraggio, La morte del maiale, girato ad appena sedici anni), ci viene svelato l’artificio. Chi segue il cinema di Guadagnino, chi lo studia da anni in maniera morbosa come chi vi scrive, troverà in quel montaggio decine di spunti che possono essere trovati nel cinema di Guadagnino. Nel pratico quindi, psicanalizzare il formalismo del maestro e comprimerlo in una sequenza di circa cinque minuti, è per l’allievo il pretesto per psicanalizzare il suo di formalismo. Inconsciamente. Ed è questo il potere del cinema, quando lo si applica al confronto: rievocare concetti che pensavamo di aver perso, immagini dimenticate.
Semplicemente immenso.
Voto:
4.5 out of 5.0 stars