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Digger: sai cos’è la libertà?

Copyright: Warner Bros.

Tom Cruise e Alejandro González Iñárritu sono una delle coppie più prodigiose della Hollywood contemporanea, a quanto pare. Digger arriva al cinema e lo fa dopo aver nascosto una (grossa) parte di sé sotto il mantello dell’invisibilità per un anno. Tutto quello che avete letto, visto e immaginato lungo questi mesi di avvicinamento all’uscita, mostravano solo una metà dell’opera, la sua superficie, il suo Yang. Per questo, l’articolo conterrà “spoiler“, sarebbe riduttivo e francamente ammorbante evitare di parlare del “colpo di scena” che ribalta il senso del racconto dopo poco più di trenta minuti dall’inizio.

Guardate il film, poi tornate qui a leggere, se ci tenete a non rovinarvi la sorpresa.

Buona lettura a chi ha intenzione di restare. Per tutti gli altri, speriamo di ritrovarvi qui il prima possibile. Dig or Die!

(Another) Opening Night

Digger Rockwell è uno degli uomini più potenti al mondo, ultimo discendente di una stirpe di petrolieri americani, leader di un impero commerciale che fa girare l’economia mondiale. Vive nella sua villa, che sembra un accozzaglia di salone trapiantati da palazzi europei di fine ‘700, piantata in quella che sembra sin dalla prima (fenomenale) inquadratura un paesaggio sconfinato fittizio, non naturale (uncanny); tiene in vita da trent’anni un gattino che si sta figurativamente decomponendo davanti ai suoi occhi; non passa un istante del suo tempo senza essere tempestato di informazioni, decisioni, incontri, dialoghi. Tutto per una ragione: scavare. Inciso in rilievo sul camino del suo studio c’è il motto di famiglia: “Rise Early, Work Hard, Strike Oil (Alzati presto, lavora sodo, estrai petrolio)”; la cinghia d’oro della sua cintura ritrae una stella accanto a un derrick e un crocifisso abnorme; porta stivali e cappello da cowboy, in qualsivoglia occasione formale; tende a parlare più del dovuto delle dimensioni del suo pene. Il film di Iñárritu è uno dei più virtuosi esempi di magniloquenza cinematografica dell’anno solare anche in virtù della quantità spaventosa di dettagli di design (a trecentosessanta gradi) che caratterizzano il mondo dell’ultimo grande Tycoon (di finzione) della storia americana, una crasi macabra tra Paperon De’ Paperoni e Charles Foster Kane, nel suo essere al contempo icona iper-realistica e cartoonesca.

Questo perché Digger cerca di ritagliarsi una posizione d’onore nel contesto satirico contemporaneo. Al termine di ogni Eddington, ogni Don’t Look Up o Civil War, ci ritroviamo puntualmente a riflettere sul confine sempre più sottile tra cinema di finzione e cinema documentaristico, nel racconto dell’America post-Covid, con i tre casi appena citati più vicini alla seconda categoria che non alla prima. Eddington – un film epocale – non ha neanche avuto bisogno di uscire al cinema per fare il giro e risultare ben più sobrio di quanto siamo abituati a vedere al telegiornale e sui social dalla mattina alla sera. Quella di Aster è una satira puntuale, estremamente presente ai suoi miti di riferimento, che però riesce a essere superata dalla realtà. Restare di stucco dinanzi alla messa in scena grottesca di una commedia anti-trumpiana, anti-tecnocrate nel 2026, è già di per sé sconvolgente.

Iñárritu e Cruise riescono nell’impresa di giocare d’anticipo sulla realtà, cercando di spingere il loro racconto oltre i confini del presente, raccontando l’apocalisse climatica dal punto di vista di un’umanità che è, in qualche modo, sopravvissuta. Perché il genio del regista messicano trova nuova luce facendo dialogare due forme e due mondi già noti al suo cinema: Birdman e Bardo danzano col diavolo (Digger) per due ore, mettendo al mondo un canto di speranza (Hope, come la figlia del protagonista) rivolto a un pubblico che non esiste ancora. Perché Digger è una lettera d’amore a degli artisti, che si fanno carico del trauma dello stare a questo mondo, che è (per quanto proviamo a cercare di sminuirne la gravità) senza futuro, senza opportunità, senza controllo. Quando al termine del primo, forsennato atto ci viene svelato il duplice piano narrativo, con una ricca produzione teatrale che sta mettendo in scena la storia del vero Digger Rockwell in una pièce che va ormai in replica da 25 anni, Iñárritu ci accompagna alla radice del significato primo dell’arte: remare contro il male del mondo, smascherarne le ipocrisie, trovare un antidoto alle pagine nere della storia attraverso la farsa. Perché alla fine della fiera, il pubblico di Follie Fossili (questo il nome della pièce) non vuole far altro che portare il maiale tra le fauci del mattatoio, esultare sul finale dello spettacolo, quando l’uomo responsabile dell’estinzione dell’umanità esalerà il suo ultimo respiro, più e più volte, di replica in replica. La straordinaria opera di Iñárritu non si trincea nel registro comico-satirico (come Digger tra le mura della sua villa e quelle della Casa Bianca), aprendosi a una riflessione sull’affermazione della catarsi artistica come necessità primaria dell’essere umano, perché vedere centinaia di uomini e donne sentire l’esigenza di affrontare un viaggio attraverso un mondo che va a rotoli, che affoga giorno dopo giorno su sé stesso, per rievocare la pagina più tragica della storia umana e vivere un’esperienza collettiva con degli sconosciuti, al buio, è quanto di più toccante e speranzoso si possa provare a raccontare. Qui, sul ciglio della strada, a un passo dalla fine della nostra Storia. Ancor più commovente poi, per quanto gioiosamente paradossale sia questo contrasto, è il controcampo della “sera della prima” (chi deve capire, capisca), con la macchina da presa di Lubezki che sembra aspettare il pubblico all’uscita dal teatro, mostrandoci cosa c’è fuori dal tempio.

Un anno dopo sembra quasi che Tom Cruise abbia preso la palla al balzo, sull’assist al bacio di Paul Thomas Anderson, che lo citava in questi termini, nel suo Una battaglia dopo l’altra:

“Tu sei libero, Bob. Sai cos’è la libertà? Non avere paura, come il grande Tom Cruise!”

I due personaggi interpretati da Tom ‘FKN’ Cruise (mai così sublime, se non in Magnolia dello stesso Anderson) incarnano e tradiscono, rispettivamente, la paura e la libertà, in questa accezione: se Digger Rockwell non ha paura di nulla ed è disposto a “lanciare i dadi per dimostrare al mondo di avere un cazzo enorme”, Curtis Markson (l’attore che interpreta Digger) è terrorizzato dall’idea di perdere la speranza (la figlia Hope), nella notte in cui si gioca tutto, interpretando l’uomo che incarna il male assoluto del XXI secolo, col rischio di oltraggiare la memoria delle milioni di persone perite per colpa sua e del suo petrolio (“Il latte materno della terra“). Tom Cruise è libero, non avendo paura ed è al contempo represso, vivendo di paura. La soluzione? Il salto nel vuoto, che da sempre accompagna la sua carriera di eroe action, redivivo Buster Keaton.

Voto:
4.5 out of 5.0 stars

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