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Venezia 83 – Intervista a Lav Diaz, presente fuori concorso con “Let us through, dear ancestors”

Venezia 83 – Intervista a Lav Diaz, presente fuori concorso con “Let us through, dear ancestors”

Credits: Aleksander Kalka, Archivio Storico - La Biennale di Venezia

Al tramonto della 83esima Mostra del Cinema di Venezia, abbiamo avuto il piacere di conversare con il maestro dello slow cinema Lav Diaz, in occasione della presentazione, fuori concorso, del suo ultimo lavoro, Let us through, dear ancestors, film in costume ambientato in piena epoca coloniale nelle Filippine.

La conversazione con Diaz si basa principalmente su riflessioni legate al fervente furore anti-colonialista che caratterizza da sempre la filmografia del regista ed è strettamente legata a una prima intervista che ci ha concesso qualche mese fa a Bologna.

Buona lettura.

L’intervista

Domanda: A proposito del titolo del film, mi domandavo a cosa volesse alludere con la parola ancestors (antenati).

Lav Diaz: Si tratta di una pratica antica. È una forma di incantesimo, di preghiera, in omaggio ai nostri antenati, al passato, all’esistenza primaria dei nostri simili. Tutti aspetti che sono stati cancellati, banditi. Il mio film è un atto di reclamazione, un atto di resistenza e di sovversione, verso ciò che è stato imposto al mio popolo, alla mia cultura. Quindi, il titolo invoca sia una chiamata alla sovversione che un tributo al nostro passato, ha molti strati.

Domanda: Nella scena in cui vediamo la donna imprigionata, a un certo punto lei guarda verso di noi. Cosa voleva dire con quello sguardo? Sembra quasi una martire in quel momento.

Lav Diaz: Sì, è un’immagine di cui abbiamo parlato io e l’attrice. Lei è sia una regista che un’attrice. Veniamo entrambi dalla stessa zona del paese, la parte meridionale delle Filippine. Quell’atto che abbiamo deciso di immortalare, quello in cui guarda direttamente in camera, quello sguardo fa parte di un dialogo continuo su di noi. Manteniamo viva la lotta per preservare la nostra anima. Nonostante tutto, nonostante la soggiogazione, l’imposizione, tutte le forme di oppressione che i coloni ci hanno imposto, abbiamo ancora la nostra anima. Ancora una volta, torno alla parola “resistenza”, perché non credo esistano termini più appropriati. Nonostante tutto questo dolore che ci hanno inflitto, abbiamo ancora la nostra anima. È un atto deliberato che abbiamo inscenato durante le riprese, le ho detto: “Guarda in macchina e sorridi”.

Domanda: Il film presenta molti legami con il suolavoro precedente, Magellan. In questo contesto, volevo chiederle se ci sono similitudini tra il personaggio di Baribari e quello di Lapulapu, che si è visto in Magellan. Per il fatto che sono entrambi spettri del passato che non vediamo mai in carne e ossa nei film.

Lav Diaz: Sì, certamente. È un’estensione di quel mondo di presenze mistiche che appartiene alla nostra cultura. È una cosa molto malese: sono parte della nostra mitologia, anche se solamente in parte. Nel caso di Lapulapu, in base alle mie ricerche, ho dedotto che non è mai esistito. È stato inventato da Rajah Humabon, il capovillaggio che accolse e strinse amicizia con Magellano. Alla fine si rese conto che Magellano stava tramando qualcosa e voleva restare, e questo non era ammissibile, così inventò la storia di Lapulapu. È un tipo di atto che compiamo (oggi lo chiamiamo “creazione di miti”) per dar vita a qualcosa di mistico, per creare una presenza, una figura. È anche una sorta di meccanismo di difesa. O, allo stesso tempo, per mancanza di comprensione di ciò che accade intorno a te, queste cose sono frutto dell’immaginazione. Baribari invece, è un’altra parola per dire Makikikiraan po (Let us through, dear ancestors, il titolo del film, n.d.r.) in un’altra lingua indigena delle Filippine. Al nord usano baribari nello stesso senso di Makikikiraan po. In un’altra regione, baribari indica un fantasma. Abbiamo così tanti usi diversi della parola baribari. In un’altra zona del Paese, baribari è una sorta di essere elementale della terra. Può assumere molte forme e viene usata in diversi contesti.

Domanda: Questo è il suo secondo film in costume dopo Magellan. La sua carriera è da sempre condizionata dal suo attivismo anti-colonialista, ma come mai ha deciso proprio adesso, a questo punto della sua filmografia, di tornare indietro nel tempo, fino alle origini del colonialismo nella penisola malese, dunque alle origini del male?

Lav Diaz: Beh, sono in dialogo continuo con il mio popolo. Dobbiamo tornare indietro, dobbiamo esaminare quella parte della nostra Storia. Nello specifico, la parte di storia raccontata in questo film va dal 1565 fino alla prima parte del XVII secolo, quando ci venne imposto il sistema dell’encomienda. Il sistema dell’encomienda fu imposto da Miguel López de Legazpi quando dichiarò il Paese colonia della Spagna. L’ordine veniva da re Filippo II, che stabilì di adottare il sistema dell’encomienda. Questo sistema assegnava amministratori alle diverse regioni e isole. Esigevano tributi, convertivano la popolazione locale, la organizzavano in una forma di società fedele al modello occidentale e cambiavano i loro nomi. Poi, naturalmente, la parte più dura: le terre che prima appartenevano agli indigeni vennero improvvisamente prese in ostaggio dai cosiddetti encomenderos (dei signori feudali, in effetti, n.d.r.) e gli indigeni diventarono lavoratori di quelle che sino a poco prima erano le loro legittime terre. Iniziarono a costruire chiese, strade, ponti, forti, palazzi, piantagioni e aree minerarie. Dietro questa operazione di bonifica però, non c’era altro che disonestà; si trattava di una razzia, volta a trafugare tutto ciò che di prezioso le nostre terre avevano da offrire. C’è bisogno di raccontarlo al nostro popolo. L’80% delle Filippine è cattolico, il 15% è di fede islamica e altre religioni. Ma l’80% di cattolici su 120 milioni di filippini è un numero enorme. Non sanno nemmeno che queste grandi cattedrali e enormi chiese sono state costruite con il sangue, il sudore, le lacrime e la morte dei loro antenati. Quindi è un dialogo, un esame: ho bisogno che la mia gente sia consapevole, che si renda conto che queste mura, questi soffitti maestosi di grandi strutture sono stati costruiti con il sangue dei nostri antenati.

Domanda: Nel film c’è una sorta di lotta interna tra la maggior parte delle persone che concordavano con Padre Enciso (il Signore a comando del villaggio in cui è ambientato il film) e due anziani, oltre al figlio di Padre Enciso che rifiuta i suoi privilegi. Quando hai girato il film, ha pensato al presente?

Lav Diaz: Certamente, è profondamente connesso al presente. La struttura feudale che stiamo vivendo in questo momento, quella stessa struttura feudale a cui sono legate ancora oggi molte storiche famiglie facoltose del paese; gli hacienderos esistono ancora, l’oligarchia esiste ancora, il patriarcato esiste ancora, persino l’autoritarismo. È tutto connesso all’attualità. Il muro di ignoranza tra la nostra gente è così spesso e imponente che non capiscono che tutto è iniziato 500 anni fa. Questa configurazione, tutte queste disfunzioni nella nostra società, i cataclismi, le fratture e i traumi che stiamo vivendo ora sono legati a ciò che è accaduto 500 anni fa. Il fantasma del passato è onnipresente.

Domanda: Come mai ha girato il film in bianco e nero a differenza di Magellan?

Lav Diaz: Decido d’istinto. Nel caso di Magellan, abbiamo pensato al film in bianco e nero. Mentre lo stavo montando però, Arthur (Tort, il direttore della fotografia) mi ha chiamato e mi ha detto: “Amo i colori del film!”. Io e Arthur abbiamo firmato la fotografia del film insieme. Le scene ambientate in Europa le ha fotografate lui, mentre io mi sono occupato di quelle asiatiche. Quando controllava il girato mentre montavo nelle Filippine, mi diceva: “Dovresti considerare il colore, Lav, perché è bellissimo. Non dovresti sprecarlo così”. Mentre montavo, ci pensavo, provando a prendere le distanze dal mio ruolo. Quando sei al montaggio devi assumere un’identità diversa. Ero stato direttore della fotografia, regista e sceneggiatore, ma quando monti devi essere spietato e allo stesso tempo molto aperto – è un tipo di dicotomia. Abbiamo discusso sul colore rispetto al bianco e nero via e-mail e alla fine, istintivamente, un giorno mi sono svegliato e ho detto: “Sì, il colore è meglio”. Ed è stato lo stesso con questo nuovo film. Non sapevo se sarebbe stato in bianco e nero o a colori, ma all’inizio delle riprese ho deciso che sarebbe stato in bianco e nero. A volte è una decisione casuale; non è davvero pianificata, succede e basta. Lo stesso è accaduto con Norte. Non giravo a colori dai tempi Batang West Side, ma mentre stavamo girando Norte ho visto la location ed era bellissima per la resa visiva e per ciò che il posto mi trasmetteva. Una settimana prima delle riprese ho detto: “Questo film sarà a colori”. Le persone intorno a me erano scioccate: “Avevi detto che era in bianco e nero!” “No, è a colori.” (ride, n.d.r.). I costumisti dicevano: “Quindi dobbiamo cambiare tutti i vestiti!”.

Domanda: Un personaggio interessante in questo film è l’architetto. Lavora per gli spagnoli, ma è britannico. Ci racconta molto di questa frattura interna che riguarda i filippini, scissi tra la cultura indigena e quella imposta dai colonizzatori. Può approfondire questo aspetto?

Lav Diaz: Si tratta di personaggi reali, basati su fatti storici. In quel periodo, i britannici avevano già un interesse per la penisola malese (Malesia, Indonesia e Filippine). Non eravamo divisi allora; eravamo il popolo malese. I britannici presero il controllo della Malesia e sottomisero i portoghesi, gli olandesi andarono in Indonesia e gli spagnoli si erano già insediati nelle Filippine. Ma i britannici volevano le Filippine, quindi anche tra i colonizzatori c’erano lotte interne. In effetti, i britannici ci riuscirono per due anni; presero il controllo di Manila per due anni. Quella parte del film è reale, intendo la paranoia di essere circondati da spie al servizio di altre corone. In quel periodo si stava verificando la rivolta dei Sepoy in India contro i britannici, e molti indiani furono inviati nel paese per combattere al fianco dei britannici. La maggior parte degli indiani rimase nelle Filippine quando i britannici se ne andarono. Gli indigeni pensavano: “Cosa sta succedendo? Stanno combattendo per noi!”. Non capivano allora l’idea di possesso o di saccheggio. Tutto nella cultura malese era collettivo: condividevamo tutto e non avevamo la prospettiva della proprietà privata o del possesso. Tutto apparteneva a tutti. Poi improvvisamente è arrivata la visione occidentale: “Oh, il nostro arcipelago è di proprietà degli spagnoli? Cosa sta succedendo?”. E anche i britannici stavano cercando di prenderlo. Era complesso per le popolazioni indigene capire perché questi bianchi si sentissero così in diritto di stare lì, saccheggiare e dominare su di loro. Ci vollero anni prima che reagissimo, perché gli spagnoli rimasero nelle Filippine per 333 anni. Quella che viene chiamata “l’illuminazione” iniziò tra la fine del XVII secolo e l’inizio del XVIII, quando si verificarono focolai di insurrezione in tutto il paese. Ci furono rivolte isolate fino a quando non avvenne la Grande Rivoluzione del 1896, quando le persone capirono che avevamo bisogno di autodeterminazione, emancipazione e di costruire il nostro futuro alle nostre condizioni. Improvvisamente emerse questa prospettiva politica di autodeterminazione.

Domanda: Ci sono due scene nel film in cui vengono prese a calci dei simboli religiosi sull’altare della chiesa e addirittura una croce viene scagliata via dall’altare. Lo interpreto come un atto di riappropriazione della propria identità.

Lav Diaz: Sì, esattamente. Quelle sono scene che ho pianificate con cura. Ritraggono momenti in cui volevo che quelle immagini mostrassero chiaramente che non avevamo bisogno di quegli idoli, di quei simboli. Ci sono state portate solo per soggiogarci e imporsi su di noi. Ancora una volta, è un atto di resistenza. Non è una scena divertente; per noi rappresenta una ribellione. Non abbiamo bisogno di questa cazzo di imposizione sulla nostra cultura. E il gesto di scagliare la croce… voglio che quell’immagine rimanga impressa nelle menti della nostra gente: non avevamo bisogno di quelle cose.

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