Come ogni anno, la International Filmmaking Academy di Bologna potrà vantare un ospite d’eccezione per il proprio seminario di cinema estivo. Dal 25 giugno al 7 luglio infatti, dieci giovani registi e registe in erba potranno realizzare un cortometraggio ciascuno, sotto la supervisione di un docente unico: Lav Diaz.
Il regista e sceneggiatore filippino è ospite in questi giorni del festival Il Cinema Ritrovato, durante in quale terrà una masterclass e presenterà il suo ultimo lavoro: Magellan, con protagonista Gael Garcia Bernal (distribuito in Italia da I Wonder Pictures).
Rebecca Niccolai ha avuto modo di scambiare due chiacchiere con il regista, intervistandolo per noi. Lav Diaz era stato protagonista di un articolo della sua rubrica ‘Third World Projector‘ lo scorso autunno, potete leggerlo qui.
L’intervista
Domanda: I suoi film sono spesso descritti come ‘lenti’, ma lei asserisce che il suo cinema racconta di un modo di vivere il tempo diverso, radicato nella cultura del sudest asiatico. In che modo traccerebbe la differenza che passa tra lo slow cinema e quello che potremmo chiamare tempo malese? E come crede che il cinema si rapporti con questa differenza?
Lav Diaz: Il tempo malese è un elemento unico che caratterizza la cultura malese. È il modo in cui vediamo la vita, il modo in cui la affrontiamo. La nostra visione di tempo è spazio è molto legata alle strade maestre della natura. Specialmente nelle Filippine. Il nostro è il paese al mondo maggiormente vessato dalle tempeste. Abbiamo dalle 20 alle 26 tempeste all’anno, perciò le nostre vite sono strettamente legate alla natura. Questo è il “Malay Time”: vivere e lavorare attorno a questa immensa energia.
E per quanto riguarda la cultura malese, considera che i filippini pre-dominazione ispanica, i malesiani pre-colonizzazione britannica e gli indonesiani pre-rivoluzione islamica erano animisti: tutto ha un’energia, un’anima. Noi crediamo in questo. Per me insomma, è un universo a sé stante, tutto quello che riguarda la prospettiva malese, o tempo malese se preferisci chiamarlo così.
D: Sono d’accordo, la vita lì è più pacifica, riesci ad assaporare di più i momenti.
Lav Diaz: L’attesa per noi è davvero importante. Te ne stai seduto sotto un mango per tutta la giornata. Aspettando che il sole vada via.
D: Personalmente, non sono cresciuta nelle Filippine, ma tra Vietnam e Singapore, però quando guardo i suoi film, riesco a riconoscere degli elementi che sono presenti in forme diverse anche nelle culture di questi paesi.
Lav Diaz: Questo è il mio cerchio. Il mio cinema è una forma di rivendicazione. Cercare di rivendicare degli attributi della nostra cultura in modo tale da non dimenticarli (ride, n.d.r.).
Domanda: Credo che il cinema filippino abbia un approccio diverso da altre cinematografie rispetto al colonialismo e all’instabilità politica. I film di Tahimik hanno un approccio saggistico, mentre quelli di Brocka passano spesso per il melodramma. Mentre i suoi, riflettono certi temi attraverso le lunghe durate e la contemplazione. Crede che certi linguaggi così diversi siano comunque figli delle stesse radici storiche?
Lav Diaz: Sì, sono decisamente connessi. Il cinema per Brocka è un’opera sociale. Riflette sempre sui problemi del presente, e su come siano influenzati dal passato. Molti dei suoi film risultano ancora oggi molto attuali, freschi. Quegli stessi problemi di cui parlava continuano a tornare ancora oggi. Mentre Kidlat (Tahimik) in effetti aveva un approccio più saggistico, per via del suo background, credo. Era più “artista” degli altri, inoltre la sua prospettiva era quella di un uomo medio/alto-borghese, per così dire. Ma sono in ogni caso tutti connessi tra loro. Il mio cinema invece cerca di connettere tutto alla nostra esperienza culturale, a tutto quello che eravamo un tempo, cerco di rivendicarlo attraverso i miei film.
D: Lei descrive la regia come una pratica artistica, ma anche come una responsabilità etica e un impegno verso la storia. Nella sua imminente esperienza come docente, crede che sarà in grado di insegnare queste lezioni ai suoi studenti? Oppure crede che certe strutture siano inevitabilmente figlie di un’esperienza culturale personale?
Lav Diaz: Dovrebbe essere frutto di un’esperienza culturale, sì. Insegnare è… limitante, direi. Per questo non voglio essere un insegnante, nonostante venga da una famiglia di docenti. I miei genitori lo sono, ma anche le mie sorelle e i miei fratelli. Per me questa è più un’esperienza di vita.
D: Il suo nuovo film Magellan ritrae uno dei passaggi chiave del colonialismo ispanico. Il suo cinema però, suggerisce spesso che certe strutture storiche non svaniscano mai del tutto. Per casi intende il suo film come una riflessione sulle forme contemporanee del neocolonialismo? O forse riflettere sull’incontro coloniale in termini universali può essere pericoloso, nell’accezione in cui farlo potrebbe far “appiattire” le esperienze “specifiche” di società e paesi accomunati dal colonialismo?
Lav Diaz: Le storie coloniali sono atemporali e universali, ma ciò che aggiunge uno strato di personalità è proprio la cultura specifica attraverso cui vengono raccontate. Con Magellan mi sono soffermato sulla resistenza del popolo filippino e su come ancora oggi resistano alle ripercussioni della loro Storia, mentre altri registi si sarebbero magari soffermati sugli aspetti culturali di cui il colonialismo ha privato quei popoli. Ma siccome le Filippine sono ancora in balia dell’instabilità politica, sono ancora molto legate agli schemi del colonialismo, in particolare quelli legati al controllo militare e alla repressione politica. Attraverso il tempo, nei miei film, cerco di mostrare come, sebbene non stia avvenendo attivamente, esiste ancora un processo di resistenza da parte dei filippini, forte e resiliente.