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Una battaglia dopo l’altra: Il tempo non esiste, ma ci controlla comunque

La recensione di Una battaglia dopo l'altra di Paul Thomas Anderson La recensione di Una battaglia dopo l'altra di Paul Thomas Anderson

Born. È questa la risposta che Paul Thomas Anderson diede a chi gli chiese da quanto tempo pensasse a Boogie Nights – L’altra Hollywood; era il 1997, il regista aveva poco più di 27 anni e, da allora, sono passati 28 anni e altri 7 film, ma “è cambiato ben poco”. Al suo decimo film (una cifra che sembra spaventare anche i mostri sacri, vedasi il caso The Movie Critic di Quentin Tarantino) Paul Thomas Anderson firma il suo ennesimo capolavoro, tornando ad adattare Thomas Pynchon sul grande schermo, questa volta anche se con una più libera reinterpretazione del suo Vineland. E non poteva esserci regista più valido e impeccabile nel restituire quella medesima lucidità che lo scrittore post-moderno utilizzava per raccontare l’America reaganiana, in un film che si sofferma su uno dei tanti presenti possibili, pensato per 20 anni (e questo dovrebbe dire molto di quanto Una battaglia dopo l’altra sappia essere sempre contemporaneo) e giunto sullo schermo 4 anni dopo il suo divertissment Licorice Pizza.

I French 75 imperversano in un mondo disastrato dal suprematismo bianco, seguono il sogno di una rivoluzione armata che possa scardinare il sistema ma, come per ogni rivoluzione che inizia per sconfiggere i demoni, finiscono per diventarne vittime. La narrazione si sposta allora a 16 anni dopo, quando Bob Ferguson (Leonardo DiCaprio) e sua figlia Willa (Chase Infiniti) vengono bersagliati dal Colonnello Steven J. Lockjaw (Sean Penn) che, per entrare a far parte del gruppo dei Pionieri del Natale, decide di cancellare le tracce del suo passato. C’è un momento molto interessante, a seguito del primo atto del film, che viene scandito dalle parole del magistrale Sensei di Benicio Del Toro (“non stai respirando”), in cui viene concesso, allo spettatore, di rifiatare rispetto alla mastodontica macchina creativa di Una battaglia dopo l’altra; come ormai da leitmotiv nella carriera di Paul Thomas Anderson, complice anche una sempre più imponente collaborazione con Johnny Greenwood per la colonna sonora, la caratteristica predominante del cinema di PTA è la saturazione dello spettatore, a cui non si lascia alcun momento di distensione o riflessione (se non successiva, si intende), immerso com’è in quel turbine di costante sovrabbondanza di elementi sul grande schermo.

Qui, probabilmente per la prima volta in tutta la sua carriera, Paul Thomas Anderson allarga i suoi orizzonti creativi, rendendo l’opera estremamente più accessibile – ma non snaturando le forme archetipiche della sua poetica – e dialogando costantemente con lo spettatore in termini di fluidità della messa in scena. Una battaglia dopo l’altra finisce per muoversi non soltanto tra generi, dunque – sapendo alternare con estrema efficacia action e thriller, passando per il grottesco -, ma addirittura tra media. Figlio di una cultura del post-moderno che trova, nell’idea della “piega” deleuziana, il suo terreno di riferimento, Paul Thomas Anderson costruisce l’impalcatura di un lungometraggio costantemente mutevole, insinuandosi con estrema grazia tra i vicoli della speranza rivoluzionaria, sfruttando le altezze e le profondità, assottigliando il confine tecnico e narrativo tra le classi sociali rappresentate. E se Vizio di forma, l’altro film che PTA adatta da Pynchon, mostrava l’apertura impossibile dell’uomo verso il caos, Una battaglia dopo l’altra immerge personaggi (e spettatore) nella declinazione impazzita del nostro tempo, rendendo la fruizione dell’intera impalcatura addirittura videoludica, come dimostra il celebre cubo con punto interrogativo di Super Mario che si intravede nella sequenza di inseguimento in auto iniziale, o come suggeriscono le riprese che alternano primi piani, soggettive dall’automobile o addirittura inquadrature da un elicottero. L’ottava arte compenetra lo schermo anche nelle sequenze più dinamiche di tutto il film: il “Viva la Revolucion!” di Leonardo DiCaprio viene seguito da un meraviglioso platforming sui tetti, mentre il piano-sequenza tra i corridoi dell’ospedale ricorda quasi il concetto di stealth game, accompagnato tra l’altro dalla Ready or Not dei Jackson 5.

Quella di Una battaglia dopo l’altra è un’indagine sul presente che mai prima d’ora aveva portato Paul Thomas Anderson a immergersi (ideologicamente e visceralmente) nella sua opera: The Master e Il petroliere avevano già mostrato due facce complesse dell’intera storia americana, ma la sensazione è che, quella del 2025, sia una presa di coscienza e di maturità necessaria, che si esercita nella mancanza di un giudizio didascalico: non avendo bisogno di far dire a parole qual è il suo pensiero, PTA si limita a mostrare con grande maestria il suo tempo, destinando il sogno americano in un lager per immigrati messicani e riducendo la rivoluzione (che per definizione non può essere mostrata in televisione) a un selfie su iPhone. La rivoluzione, e non i rivoluzionari, continuerà a sopravvivere nella voglia di sentirsi parte integrante del proprio tempo, ma Una battaglia dopo l’altra è tutto fuorché un film di grosse speranze: rappresentando il fallimento dell’ideale rivoluzionario, ogni personaggio di quel film abbandona la sua componente ideologica in nome di una salvezza (che sia affettiva, professionale o semplicemente per stanchezza), mentre tutto intorno il mondo si agita per sentirsi superiore. Riportando sullo schermo la grande intuizione di Il Dr. Stranamore, ecco che i Pionieri del Natale rappresentano magistralmente il suprematismo bianco più bieco, stupido e macchiettistico possibile: uomini che decidono le sorti di un’intera umanità in nome di un simbolo di riferimento (il San Nicola che parafrasa il Dio della cristianità), messi a nudo e colti nella più concreta, e per questo ironica, idiozia.

Il Lockjaw che ne deriva è allora un capolavoro creativo, sotto tutti i punti di vista: probabilmente miglior villain dai tempi di Hans Landa, il personaggio di Sean Penn muove i passi da quel grottesco di cui sopra (“lock jaw” è letteralmente mascella serrata, nomen omen di quel particolare movimento con la bocca del personaggio), per poi esprimersi nella maniera più paulthomasandersoniana possibile: in costante bilico tra la realtà e la sua rappresentazione più caricaturale, ossessionato da un sogno inutile, colto in tic, manie e in atteggiamenti che omaggiano tanto George C. Scott (a proposito di Il Dr. Stranamore) quanto il Terminator di James Cameron.

Con quel crudo cinismo di matrice coeniana che lascia al male il compito di auto-fagocitarsi nel modo più ridicolo possibile (citando “stupri all’inverso” che non servono a scagionarsi da una colpa apparentemente imperdonabile), Paul Thomas Anderson regala così allo spettatore il film più importante del 2025, forse uno dei più decisivi degli ultimi anni: del resto, il tempo non esiste, ma ci controlla comunque.

5.0 out of 5.0 stars
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