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The Mandalorian and Grogu: che cosa succederebbe se trasformassimo una serie televisiva in un film?

The Mandalorian and Grogu: che cosa succederebbe se trasformassimo una serie televisiva in un film?

Copyright: Walt Disney Studios Motion Pictures Italia

Risposta breve: il prodotto che ne uscirebbe fuori sarebbe sbagliato sia nel mercato di una serie televisiva che in quello cinematografico.

Risposta lunga: quando, a seguito della cocente disfatta della trilogia sequel, The Mandalorian ha fatto il suo esordio sulla piattaforma di streaming di Disney+, un po’ per la tecnologia innovativa utilizzata, un po’ per la capacità di concentrare entro i singoli episodi avventure narrativamente convincenti, il giudizio del pubblico è stato tendenzialmente positivo, soprattutto nell’ipotesi di dar vita ad un nuovo corso per un franchise che si era concluso in maniera stanca e particolarmente disastrata. Gli anni sono passati da quel momento e di Star Wars si parla sempre più in termini negativi, soprattutto per quanto riguarda il debolissimo e farraginoso contesto televisivo che fa acqua da tutte le parti: mancava al cinema da tanto tempo un film di Star Wars e, evidentemente, c’era necessità di colmare la lacuna con un prodotto che attingesse da basi quanto più possibile solide, ed ecco che si pesca proprio tra le file di The Mandalorian, vale a dire una delle pochissime realtà convincenti di casa Star Wars nel mercato televisivo. Televisione, per l’appunto: un mercato che presenta delle logiche propriamente dette soprattutto dal punto di vista strutturale e legato a una messa in scena che non può tradursi in oggetto cinematografico; la Marvel ce l’ha insegnato, a suon di delusioni, nel corso degli ultimi anni e non sorprende che dietro entrambi i franchise ci sia lo stesso alone imperversante della Disney, che tenta di sfidare la sorte e, soprattutto, il limite strutturale più grande di tutti a proposito di quell’incomunicabilità tra mezzi che hanno dignità propria e non possono essere messi in consecutio, almeno non in questo modo.

Dice bene chi considera The Mandalorian and Grogu la traduzione in atto di più puntate della serie poste l’una dopo l’altra, esattamente come avviene per i film anime che tentano di acquisire gradimento da parte del pubblico semplicemente unendo più episodi dalla classica narrazione in circa 25 minuti: in quei casi, il modus operandi è particolarmente netto e si dichiara, addirittura con didascalie diegetiche nella maggior parte dei casi, il passaggio da un capitolo all’altro, mentre in questo caso c’è l’ardire di offrire un collante a storie che, per loro natura, sono auto-conclusive e si esauriscono nello spazio di poco più di 40 minuti massimi. Evidentemente, il film inizia a mostrare le sue lacune proprio dopo la prima ora, quando non soltanto il blockbuster soffre nella gestione di ritmo, tempistiche e messa in scena, ma finisce addirittura per annoiare lo spettatore in un paradosso del mercato dell’intrattenimento per il mainstream; nella sua proposta tecnica, determinata soprattutto dalla colonna sonora di Ludwig Göransson e dalla capacità di ricostruire interi scenari planetari, pur attingendo a piene mani da tradizioni seriali e cinematografiche già particolarmente consolidate (come nel caso eclatante della Gotham che ritorna sullo schermo con qualche luce al neon e qualche effetto cyberpunk), il film porta avanti un buon inizio, seguendo esattamente quelle che sono le caratterizzazioni tipiche della puntata modello di The Mandalorian: la ricerca di un obiettivo, l’ostacolo da affrontare, la lotta brutale e il vasto armamentario del protagonista, da sempre sfoggiato con un certo gusto nell’alternanza tra armi e sequenze in stile arti marziali. Quando il film deve diventare tale, aggiungendo elementi narrativi e tematici nei caratteristici secondo e terzo atto, iniziano le atroci sofferenze: tutta la sequenza sul pianeta degli Hutt è insostenibile, soprattutto per quanto riguarda quella ormai sdoganata componente di ribaltamento dei ruoli che porta il piccolo Grogu – sempre tenero e piacente agli occhi dello spettatore, ma in questo contesto estenuante per il modo in cui lo si tratta -, a diventare determinante per Din Djarin, ereditando di fatto la stessa tipologia di rapporto che si osserva addirittura in un’altra serie televisiva, quella di The Last of Us (sono emblematiche le due sequenze in cui il protagonista di Pedro Pascal corre all’impazzata per sconfiggere quanti più nemici possibili e quella in cui un personaggio più piccolo tenta di salvare un Pedro Pascal ferito per infezione).

L’essere derivativo è, allora, una delle caratteristiche intrinseche del prodotto: se le citazioni sono ormai un marchio di fabbrica di quell’enorme Luna Park che è la Disney (a quanto pare questa volta Martin Scorsese, che compare in cameo nel film, sembra non esserne infastidito), non sorprende che The Mandalorian and Grogu sia un calco della serie televisiva, pur vivendo in quel fastidioso limbo determinato dal fatto che chi non ha seguito la serie non può cogliere gran parte degli elementi del film e chi l’ha fatto, invece, non può apprezzarlo fino in fondo poiché c’è già una controparte migliore. Insomma, questo film è sbagliato sul nascere, indirizzato a un target non ben chiaro e, altra caratteristica ormai predominante nel mercato Disney contemporaneo, tenta di allargare la sua tipologia di racconto ai più piccoli, rendendo appetibile, amabile e sintetizzabile in forma di pupazzetto qualsiasi figura, per quanto mostruosa sia, come avviene in questo caso nella trasformazione bonaria del personaggio di Rotta the Hutt, interpretato in originale da Jeremy Allen White. Gli elementi positivi, legati comunque a una resa tecnica che non può che dirsi riuscita, non possono che essere secondari rispetto a tanti, ormai troppi, errori di ritmo, gestione e pretesa tematica: a questa consapevolezza si aggiunge anche lo sconforto legato alla percezione di spreco rispetto a un momento determinante della storia di Star Wars, l’intermezzo tra la trilogia originale e quella sequel, che esaurisce ormai le cartucce e che ha gestito, in maniera tutt’altro che felice, uno dei personaggi più convincenti del corso televisivo del franchise.

Voto:
2.5 out of 5.0 stars

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