Era il 2010 quando la Pixar creava uno dei finali più maturi, consapevoli e incredibili della storia del cinema, in quel capolavoro che prende il titolo di Toy Story 3 e che la storia dell’animazione ricorda in quanto suo apice. Le logiche commerciali da un lato, la crisi di idee dall’altro hanno fatto il resto, con Toy Story che ha provato a rinnovarsi attraverso la prospettiva di nuovi personaggi e, soprattutto, della separazione tra gli storici nel successivo Toy Story 4, ritenuto il punto più basso della saga neanche tanto per effettivi demeriti, quanto più per quella rottura degli ingranaggi, e della magia, che caratterizzava l’ideale trilogia.
Giungiamo allora al quinto capitolo della saga, che si affida a un gigante di Casa Pixar (Andrew Stanton, Alla ricerca di Nemo, A Bug’s Life, WALL E), per ridare nuova linfa vitale a una saga che rischiava di implodere su se stessa e sui suoi numerosissimi, ma mai del tutto definitivi, finali. Toy Story 5 è innanzitutto un dialogo con il presente: non tanto con la funzione strumentale del gioco e con la nuova infanzia di chi è infante, quanto più con quella consapevolezza che Pixar sta tentando di trasmettere allo spettatore per mezzo delle sue opere, alzando sempre più l’asticella di un racconto per i più piccoli, pregno dell’idea che non esista più quel confine così tanto marcato e netto che separava, in passato, l’infante dall’adulto. E se Inside Out 2 rifletteva sugli attacchi di panico, introducendo Ansia tra le sue emozioni e conferendole il “controllo” dello stato emotivo dell’adolescente, Toy Story 5 orienta il suo raggio di interesse verso la depressione infantile. O meglio, verso il sintomo depressivo, che del resto è la conseguenza di uno stadio di abbandono, di rifiuto, di svalutazione critica di se stessi, con effetti che appaiono simili nelle loro entità indipendentemente dall’età del soggetto.
La componente tecnologica ne è una diretta conseguenza: i device elettronici hanno preso piede nelle case di qualsiasi bambino e sostituiscono l’attività tipica di chi “costruisce” la storia attraverso il gioco. Non è un caso che l’opera si serva di costanti mediazioni: non soltanto quella degli schermi, per cui è intelligentissima la capacità di evidenziare le differenze immaginifiche a partire dalla potenza di calcolo strumentale, ma anche quella dell’idea, il più potente tra i dispositivi, così tanto forte da generare e consolidare la funzione di un sentimento (quello tra Buzz e Jessie), o da conferire parola (Bullseye parla soltanto nelle storie delle due bambine). Ed è, ancora una volta, la mediazione tecnologica a definire il contatto tra i personaggi: scegliendo la via più semplice della separazione tra storie e soggetti, il film tenta di colmare le lacune e le distanze per mezzo di analogico e digitale, rendendo la comunicazione “senza fili” (non solo dei tablet, ma anche dei walkie-talkie che riportano Woody in scena) il fattore decisivo nell’annullare quelle distanze che, almeno inizialmente, il film sembrava suggerire fosse stata la stessa tecnologia a creare.
Ecco che a questo punto tutto il discorso sul tecnologico acquisisce forma: il rischio che il film potesse trasformarsi in una sterile critica al nuovo era alto, e in effetti la solita componente di conservatorismo sembra, in molti punti, inquinare la freschezza di un racconto che necessita (è il gioco-forza di chi deve incensare le lodi del giocattolo per evidenti motivi di merchandising) comunque di comunicare allo spettatore quanto il “vero gioco” sia quello della fantasia, associando alla figura del tablet, e del device in generale, un sola azione (anche videoludica) reiterata e alienante. Se il finale contribuisce comunque ad attenuare tale discorso fazioso, resta in ogni caso l’amaro in bocca per un percorso mai davvero netto nel suo essere presente; così come forzata, per certi versi, è la presenza di un Woody ormai sempre più in forma di cameo, ma per la quale – ancora una volta – si comprende la motivazione strutturale. Piuttosto è su Buzz, con tutto l’esercito High-Tech a seguito, che il film compie il suo lavoro migliore, che si tratti della sotto-trama dei giocattoli che si rendono conto di essere tali (di nuovo), della componente sentimentale o dell’erezione (giusto?), del Buzz più analogico nel momento del bacio con Jessie: la Pixar sembra aver scelto su chi investire per il suo futuro, e a ben vedere non ci sembra una scelta avventata per il modo in cui le potenzialità del giocattolo trovano forma sullo schermo.
A proposito di finali: se in Toy Story 3 c’è qualcosa di insuperabile nella magia delle scene più catartiche, trovare sullo schermo un excursus storico appartenente alla figura di Jessie commuove, e non poco, dimostrando come la Pixar abbia ancora molto da dire, indipendentemente dall’originalità dei suoi soggetti.
Voto:
3.5 out of 5.0 stars