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We’re All Going to the World’s Fair e l’uomo disincarnato

Copyright: MUBI

Era il 2021 quando We’re All Going to the World’s Fair faceva il suo debutto inaugurando la carriera fiction di una delle registe che più avrebbero fatto parlare di sé negli anni successivi: Jane Schoenbrun. Tornata dietro la macchina da presa con Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte (Teenage Sex and Death at Camp Miasma), presentato in anteprima al Festival di Cannes 2026 e distribuito in Italia da MUBI, il prodotto segue a pieno merito quella ormai radicata considerazione degli schermi, dello sguardo mediato, del digitale e della messa in scena di problematiche di genere che già nel 2021 la regista sembrava trattare con enorme intelligenza. Il primo lavoro fu un documentario horror: una, dichiaratamente tale, presentazione allucinata di sé, che faceva seguito a primi lavori di sceneggiatura e cortometraggi che le avevano permesso di introdursi nei circuiti indipendenti da cui sarebbe poi ripartita per la sua carriera futura. We’re All Going to the World’s Fair è, allora, non soltanto uno spartiacque necessario da cui prendere le mosse per l’analisi di una regia già perfettamente schierata nei suoi intenti e nelle sue manifestazioni più estetiche, ma allo stesso tempo anche un punto nevralgico nell’identificazione di quell’individuo immerso in una società totalmente ribaltata e rimodulata nei caotici anni del Coronavirus.

C’è un dettaglio sicuramente interessante da notare, a proposito di questo film: la regista ringrazia, attraverso i credits presenti alla fine del lungometraggio, una sua assistente che le aveva permesso di approfondire le tematiche e l’ideologia transgender, fino a quel momento mai del tutto presa in considerazione da parte della Schoenbrun. È una traccia nevralgica del suo cinema: la scoperta della propria identità di genere, che nella maggior parte dei casi passa attraverso una vera e propria rimodulazione corporea, per mezzo della trasformazione delle immagini fisiche in immagini digitali. Il sociologo Henry Jenkins parlava delle comunità online, in riferimento alla costruzione di un’identità digitale, soprattutto nel definire alcuni caratteri di quella marcatissima e sempre più preponderante capacità di ricostituire il proprio intero corpo in un corpo digitale, ma ciò che We’re All Going to the World’s Fair sembra portare con sé, tanto in termini di messaggio quanto di effettiva concretizzazione di tali gesti, va ben oltre un avatar digitale e attiene, piuttosto, a una nuova costituzione identitaria (quel gender-swapping che Jenkins teorizzava, insomma, è discostato dal tema di un role play e diventa interpretazione identitaria ed esistenziale del soggetto).

Gli studi realizzati in tal senso sono certamente molto interessanti: nei primissimi anni della pandemia, l’ospedale San Camillo di Roma ha registrato un aumento del 150% dei casi di disforia di genere, con un marcatissimo aumento anche di casistiche di intervento per mutare i propri connotati fisici. È necessario tentare di comprendere quale sia l’effettiva connessione con la pandemia stessa, ma il film sembra fornirci una traccia in tal senso: non parlando mai strettamente di Coronavirus, di isolamento o di lockdown, il lungometraggio ne semplifica gli schemi da un punto di vista visivo; la protagonista ha un padre, come dichiara in più punti, che finiamo per non vedere mai, così come è piuttosto evidente il tema di una grandissima lontananza geografica da qualsiasi altra presenza fisica all’interno del film. Persino l’incontro tra più soggetti, che viene soltanto raccontato e mai mostrato nel finale del film, resta in bilico tra una concretezza che non viene manifestata e un’astrazione che sembra, piuttosto, seguire la traccia stessa del lungometraggio. Ciò che più ci suggerisce l’emblema di un umano al di fuori del contesto concreto del mondo fisico, però, passa attraverso le challenge: non abbiamo bisogno di enuclearle in maniera didascalica, dal momento che tutti abbiamo memoria di quell’insieme di comportamenti collettivi che negli anni del Coronavirus ci hanno, più o meno, interessato a partire da singole pubblicazioni fino a giungere ad hashtag, role play condivisi, fenomeni interpersonali e tanto altro. La World’s Fair è, di fatto, una preziosa manifestazione di quello che, nel gergo tecnico, viene definito MMORPG: un enorme gioco di ruolo, in questo caso a tinte horror, cui si accede per mezzo di una sequenza di gesti compiuti dalla protagonista, che si confronterà da quel momento in poi con una sovrabbondanza di manifestazioni; l’unico mezzo espressivo, l’unica forma di contatto che le è concessa è la visione, e non l’interazione, di altrui filmati, che vanno dagli ASMR ai POV, con cambiamenti plastici-fisici del corpo per i quali lo spettatore non comprende mai le effettive coordinate.

L’idea di fondo, dunque, è che ciò che stiamo guardando sia costantemente in sospeso tra una verosimiglianza, un elemento possibile e un’enorme simulazione del presente, all’interno della quale tanto il personaggio della protagonista, quanto lo spettatore stesso possano immergersi. E non è un caso, del resto, che l’unica forma di contatto avvenga per mezzo di Skype, la piattaforma-simbolo di quella pandemia che porterà con sé il successo dei meeting systems, garantendo proprio il fallimento del primo grande software per effettuare videochiamate. Siamo, insomma, entro le coordinate di un mondo disincarnato, per un film che tenta di restituirne le istanze non per mezzo di un didascalismo diretto (la fragilità mentale della protagonista, i suoi problemi col corpo, l’inadeguatezza esistenziale, l’isolamento, la depressione, probabilmente l’abbandono di figure di riferimento come quella materna), bensì attraverso una caotica e disordinata disposizione di figure.

Il tutto, del resto, mediato attraverso la quasi totale assenza di controcampi e con minimi stacchi di montaggio, con larga parte delle riprese che avviene (in ultima istanza) proprio per mezzo del POV di una webcam. È l’individuo oltre l’uomo, l’umano oltre il corpo, in quel costante processo di decorporeizzazione che l’umanità attraversa da tempo e che il Covid ha accelerato, per mezzo di una radicale esposizione al digitale del soggetto, con effetti sempre più manifesti.

Disforia di genere, sempre più giovani in cerca di un’altra identità: in un anno +150% di casi, in Il Messaggero;

Cultura Convergente, Henry Jenkins;

Captain Nemo: A Swap Story, or Why We Can’t Barter Our Way to a Better World, in Pop Junctions;

Challenge e hashtag su Instagram ai tempi del coronavirus, in Vanity Fair;

Skype chiude, Il Post;

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