Jane Schoenbrun, autrice del mini-cult targato A24 Ho visto la TV brillare del 2024, torna dietro la macchina da presa con un’opera profondamente auto-critica. Idea più che paradossale considerando che si tratta solamente del suo secondo lungometraggio da regista e sceneggiatrice: Teenage Sex and Death at Miasma Camp presenta già tutti i sintomi di una carriera da regista/critica cinematografica sul punto di sbocciare.
Il film della Schoenbrun racconta di una giovane regista a un passo dal dirigere la sua opera seconda: il requel di una saga slasher degli anni ’90: Miasma Camp, per l’appunto. Protagonista del fortunato franchise di finzione, una sorta di palombaro armato di arpione, con una struttura cubica al posto della testa, che ricorda, quando la si guarda frontalmente, un banco ottico; quarant’anni dopo il primo capitolo della saga, la final lady originale (Gillian Anderson) viene contattata dalla giovane regista per tornare a vestire i panni del suo personaggio, à la Jamie Lee-Curtis o Neve Campbell. Quest’ultimo nome in particolare, risulta particolarmente calzante, siccome per certi versi l’opera seconda di Jane Schoenbrun rappresenta tutto quello che i recenti sequel di Scream avrebbero dovuto essere: la lezione di Wes Craven è stata recepita dalla giovane regista americana, che infatti confeziona un’opera slasher/comedy (e non slasher-comedy) in cui le due anime del racconto comunicano attraverso i tre atti. Teenage Sex è esilarante nelle sue sfaccettature più slapstick, soprattutto grazie al personaggio della Anderson, conciata come una sottospecie di Norma Desmond di Viale del tramonto, rinchiusa in casa a rifugiarsi morbosamente nelle immagini del passato, tanto quanto lo è nel suo atto centrale, in cui le due protagoniste guardano il primo film della saga e noi con loro. Questo perché l’ossessione per i media, per la loro influenza sul nostro immaginario (per certi versi, anche per la capacità di questi ultimi di modificare la struttura della nostra mente, leggendola à la Cronenberg) è la base strutturale del neonato cinema della regista, in cui la Gen Z sembra condannata all’inesorabilità delle immagini che hanno condizionato/condizionano la loro crescita.
Per quanto ci sia qualcosa di profondamente frustrato (e frustrante) nel meta-cinema spiccio degli ultimi anni (spesso riconducibile a produzioni Neon e A24), la proposta della Schoenbrun risulta più gradevole del consueto, proprio per la sua preponderante vena autocritica: la sua protagonista è una regista il cui sogno recondito è quello di essere accalappiata dalle immagini orrorifiche che l’hanno sempre ossessionata, da spettatrice: una cineasta che vuol diventare una final lady. La scoperta di questo desiderio passa sì, dall’attrazione sessuale per una donna più matura di lei, ma passa fondamentalmente per una ridicolizzazione di alcune convinzioni woke che la condizionano. In pratica la sua individualità viene affossata da un’accozzaglia di luoghi comuni e concetti propri della cultura revisionista e pseudo-progressista degli ultimi dieci anni.
Mentre la giovane regista in scena cerca di adattare la saga di Miasma Camp a tematiche queer, legate all’identità di genere e ai dilemmi a essa connessi, la final lady di culto la ricorda che il cinema slasher It’s all about flesh and fluids (parla solo di carne e fluidi), come a ricordarle e ricordare a tutti quegli autori di genere da quattro soldi che mettono mano a franchise storici, che l’approccio accademico ammazza l’horror, che il cosiddetto “elevated horror” non è altro che una deriva paracula dell’horror: la verità sta tra la carne e fluidi. È la commistione di istinti e intuizioni impulsive, a generare sottotesti visivi che elevano nel pratico l’horror. Una diatriba che ha francamente annoiato molto negli ultimi anni, ma che in Teenage Sex and Death at Miasma Camp trova delle declinazioni intriganti. Peccato per un terzo atto segnato dagli spiegoni e dalla reiterazione di concetti già chiariti e saldati entro la prima ora di film.
3.0 out of 5.0 stars