L’intenzione commerciale e comunicativa è indubbia: intitolare il biopic dedicato a Pino Daniele Je so’ pazzo lega inevitabilmente la produzione targata 01 distribution e RAI Cinema al primo Pino Daniele, quello nazionalpopolare (a tratti populista) e proletario. Scelta più che lecita, tuttavia, col senno di poi, ci sarebbe un altro pezzo del primo Daniele che si adatta meglio al film uscito nei cinema italiani il 15 ottobre: Puozze passà ‘nu guaio (per gli amici non-campani, “devi passare un guaio”, lo si usa scherzosamente, quando ti viene fatto un piccolo torto), da Nero a metà.
Al di là di sensazionalismi e scherzosi giochi di parole, il punto dell’operazione è proprio questo: passa per un torto. Ma a chi? Tendenzialmente, all’artista. Quella del film di Nicola Prosatore con Massimiliano Caiazzo è la più classica delle operazioni industry europee, in cui si cerca (invano, in questo caso) di replicare modelli produttivi hollywoodiani, perché a partire dal suo incipit Je so’ pazzo fa immediatamente coming out, dichiarando di voler essere (per struttura) il Bohemian Rhapsody napoletano (pensa te…), con la storia personale del cantautore che parte (e finisce) col concerto – gratuito – di Piazza Plebiscito a Napoli del 19 settembre 1981, in onore delle vittime e degli sfollati del terremoto dell’Irpinia. La storia privata dell’artista si apre nel 1961, con un breve prologo dedicato all’infanzia di Pino, tra un’avventura picaresca e l’altra con suo padre Gennaro, tra Porto e Quartieri Spagnoli, fatte di espedienti, dipendenze e inganni e in effetti, il conflittuale rapporto con il maschile è forse l’unico aspetto stimolante del film di Prosatore. Il suo Pino è un uomo cresciuto tra due donne (le zie) e in forte conflitto con la figura paterna che, nel suo caso, è un uomo scaltro e superbo dei primi del ‘900; al contrario Pino, è un uomo goffo e cupo della seconda metà del Secolo Breve. Purtroppo però, l’incomunicabilità tra i due non andrà mai oltre il solito luogo comune dell’artista incompreso dalla famiglia naturale, che torna quasi sempre (eccezion fatta per Michael praticamente) nei biopic musicali.
Il problema di fondo, tuttavia, non risiede tanto in questioni specifiche: Je so’ pazzo vive di lacune emozionali e fondamenta strutturali precarie. Si può sostenere che il biopic dedicato al bluesman napoletano manchi laddove qualsiasi altro progetto ascrivibile al sottogenere riesce sempre a fare centro (seppur scolasticamente, si intende): non c’è (quasi) mai correlazione tra gli episodi di vita del protagonista e la musica che partorisce, se non nel frangente dedicato alla scrittura di Napule è (ma anche lì, non è chiaro cosa porti Pino all’epifania creativa, al termine di una scena romantica tra l’artista e la prima moglie Dorina Giangrande); tutto quel che invece riguarda i pareri di pubblico e critica sui brani di “Pinotto“, viene inevitabilmente ridotto ai più classici luoghi comuni sul “napoletano che infanga Napoli”, francamente ammorbanti e vacui oltre ogni misura. Questa parentesi inoltre (il figlio di Napoli che rifiuta il trono) viene anche ribadita in un passaggio ambientato nell’80, quando all’apice del successo l’artista inizia a sparare a zero sulla ricerca di “un Masaniello, un Totò, un Pulcinella” per esorcizzare i disagi sociali: vai a capire da dove gli sia saltata fuori quella bile nera verso il suo popolo. Per quanto concerne il resto della sua produzione musicale, poi, il film gira a vuoto attorno a futili momenti di vita privata (ancora una volta, mossi da luoghi comuni e regole del biopic all’americana, senz’arte né parte) per buona parte del secondo atto, trascurando, tanto per dire, la storia discografica del secondo e del terzo disco del cantautore (Pino Daniele, Nero a metà).
Ne consegue un terzo atto che sembra non iniziare mai, di conseguenza, prima ancora che ve ne si renda conto, si salta direttamente all’epilogo della storia, con un’ennesima sottolineatura del conflitto padre-figlio, risolto con uno sfogo del padre (forse troppo teatrale) e con la replica del figlio che passa per un’esibizione in live (buona trovata, anche se viene buttata lì troppo a cuor leggero). Per concludere, l’operazione à la Bohemian, con il finale che coincide con il più grande concerto della carriera dell’artista (dal Live Aid a Piazza Plebiscito il passo è breve), in cui però, Massimiliano Caiazzo non si esibisce nella ricostruzione del live. Perché? Beh, perché è stato scelto di chiudere il film con il vero Pino che “entra in scena” (dopo una transizione troppo posticcia) grazie alle immagini di repertorio dell’esibizione.
Voto:
2.0 out of 5.0 stars