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RoFF 21 – Ben’Imana: Ruanda, anno zero

Copyright: mk2 films

Vincitore della Camera d’or al Festival di Cannes (il premio assegnato al miglior esordio alla regia in assoluto, in tutte le sezioni competitive della kermesse), Ben’Imana è la straordinaria opera prima di Marie-Clementine Dusabajambo, autrice ruandese adocchiata da alcuni prestigiosi festival europei nell’ultimo decennio e mezzo (tra cui Rotterdam e Göteborg) per i suoi cortometraggi. Sbarca nel 2026 a Cannes con il suo lungometraggio Ben’Imana, ambientato nel Ruanda degli anni 2010, vent’anni dopo il Genocidio delle minoranze Tutsi e Hutu che ebbe luogo nel paese nell’estate del 1994.

La Dusabajambo decostruisce il dramma processuale in un intenso racconto tutto al femminile; lo fa partendo da un incipit tra i più incredibili degli ultimi anni: il film inizia in medias res, nel bel mezzo di un processo, che si tiene in piazza, al cospetto di una gremita folla di paesani, con imputati e testimoni che si confondono tra la folla, salendo sul metaforico palcoscenico quando interpellati. Questo perché Ben’Imana costruisce attorno al trauma di una famiglia vessata dal genocidio ruandese un intenso dramma che richiama, inevitabilmente, il teatro greco (la piazza in cui si tengono i processi è a tutti gli effetti una agorà), in un interessante operazione filologica di ritorno alle origini della catarsi: Dusabajambo chiude il prologo del film con una frase: “Una nuova era di verità ha inizio”, sottintendendo poi, attraverso la sua brillante messa in scena, che senza una profonda conoscenza del passato – senza scavare fino alle proprie radici familiari e comunitarie – non si può essere in grado di costruire il futuro.

Il metaforico “anno zero” del Ruanda passa per una riscoperta del teatro delle origini, in particolare della sua funzione curativa, nella vita della polis: il processo di Ben’Imana si svolge alla luce del sole per riconoscere alla comunità il suo diritto alla giustizia, intesa come catarsi, purificazione attraverso l’arte. Il dialogo tra processo e arte, passa anche per alcune solenni sequenze ambientate nel centro sociale in cui lavora Veneranda, una delle protagoniste del processo, dove tiene alcuni incontri riservati alle donne che hanno perso mariti e figli durante il genocidio. Non possiamo di certo definire la psicanalisi un’arte. Siamo però in grado di stabilire un dialogo diretto tra quest’ultima e il cinema, volendo intendere entrambe come forme di analisi dell’ignoto, dell’inconscio e della dimensione sognante, più di ogni altra cosa; il processo dunque, viene bipartito e inteso dalla regista sia da un punto di vista legislativo che storico ed emotivo. Le donne della comunità, processano loro stesse durante le sedute di terapia, bramando vendetta nei confronti del tempo che è stato sottratto loro. Senza giustizia, il tempo non può tornare a scorrere.

E a tal proposito, in Ben’Imana il processo dà ordine agli eventi del racconto, facendo da metronomo a un non-tempo che tre generazioni di donne hanno ereditato. Da un lato, le sorelle Veneranda e Suzanne rappresentano le due facce della violenza fisica: la prima delle due è stata violentata, costretta ad accogliere una forma di vita nel suo corpo, mentre alla seconda sono stati sottratti marito e figli. Sono bilanciate dalla nonna, crollata nel mutismo dopo aver perso il marito dopo il colpo di stato del 1973 e che ancora aspetta il suo ritorno, trascorrendo le giornate a ricamare tessuti e abiti del consorte, come un metaforico sudario funebre di Penelope; l’ultima ruota del carro, è la giovanissima figlia di Veneranda, Tina, rappresentante degli studenti della sua scuola, rimasta incinta a pochi mesi dall’esame di maturità che determinerà la sua borsa di studio universitaria.

Se da un lato l’opera si apre con Veneranda che concede, al cospetto della corte, il perdono all’uomo che uccise il marito di sua sorella, prosegue ravanando nella (apparente) ipocrisia della donna, incapace di concedere la propria grazia a Tina, una volta scoperta la gravidanza. La sceneggiatura della Dusabajambo però, riesce a trovare degli svincoli sensazionali proprio passando per apparenti segni di cedimento. La sua drammaturgia è legata a un’idea di ricerca che passa per il rinvenimento di corpi, resti, oggetti, pezzi di vita passata, da riuscire a far evolvere le sfaccettate psicologie delle sue protagoniste, di pari passo con la riscoperta del passato. Se la “classe dirigente”, incarnata dalle sorelle, detiene la conoscenza sui fatti storici, il “vecchio e il nuovo” (nonna e nipote) non ne hanno apparente diritto. Sono le nuove generazioni a dover lottare per legittimare il proprio diritto al tempo passato, finendo inevitabilmente per “smascherare” chi ha vissuto il genocidio sulla sua pelle. Perché in effetti, l’incipit del film dà l’impressione di star guardando un Mission: Impossible, un Terminator 2, un The Avengers, tanto per citare dei titoli blockbuster. Realizza un dramma familiare adottando un registro da film d’azione (e quando sei in grado di fare una cosa del genere, vuol dire che giochi in un campionato a parte), dunque, non credo che si scandalizzerà nessuno nel leggere che il punto di svolta del personaggio di Veneranda la rende una supereroina, un po’ come la Supergirl del film di Craig Gillespie: si mostra spigolosa e intransigente non tanto per interpretare l’archetipo della madre-matrona nei confronti della figlia adolescente, quanto più per impedirle (talvolta con la forza) di cadere nei suoi stessi errori, condannandosi a un’esistenza sospesa.

Potremmo essere dinanzi a una nuova Ousmane Sembene, o a un nuovo Idrissa Ouedraogo, tanto per scomodare qualche gigante del cinema diasporico africano. La Caméra d’or assegnata alla Dusabajambo è forse il premio più coerente del palmares della 79esima edizione di Cannes: nei 100 minuti di Ben’Imana c’è un’idea di storia e di vita, ancor prima che di cinema e drammaturgia, che ci si aspetterebbe da una veterana della macchina da presa. Geniale.

Voto:
4.0 out of 5.0 stars

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