The Color of the Sun di Xavier Tera, presentato in anteprima nella sezione Orizzonti dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è un film di formazione straordinariamente tenero sull’impossibilità di separare la giovinezza dalle storie in cui nasciamo. Ambientato a Okinawa durante l’ultima estate prima che Kamei e i suoi amici inizino l’ultimo anno di liceo, il film sembra inizialmente appartenere al mondo familiare dell’incertezza adolescenziale: i primi risvegli sessuali, le amicizie che cambiano continuamente, i piccoli tradimenti e quella strana, inebriante sensazione che l’età adulta si stia avvicinando prima che si sia pronti ad affrontarla. Eppure, sopra di loro, gli elicotteri interrompono continuamente il paesaggio, ricordandoci che questa non è semplicemente un’estate di crescita, ma un’estate vissuta all’interno della storia irrisolta dell’occupazione giapponese e americana.
Okinawa occupa una posizione particolarmente complessa all’interno delle relazioni tra il Giappone e gli Stati Uniti. Sebbene le isole siano tornate sotto l’amministrazione giapponese nel 1972, le strutture militari americane sono rimaste nell’ambito dell’accordo di sicurezza tra Stati Uniti e Giappone, costringendo Okinawa a sopportare una presenza sproporzionata delle forze armate americane in Giappone. Tera fa sorprendentemente poco per spiegare direttamente questa storia. Piuttosto, lascia che essa permei il film a livello atmosferico, attraverso le basi, gli elicotteri e la vicinanza inquietante tra chi vive sull’isola e chi è cresciuto all’interno del mondo militare americano.
Questa tensione trova la sua espressione più toccante nei personaggi di Kamei e Colin. I due ragazzi sono immediatamente attratti l’uno dall’altro con la volatilità di una prima amicizia, la cui attrazione è complicata dalla gelosia, dalla sessualità, dall’insicurezza e dalla consapevolezza di provenire da lati opposti di un confine invisibile. Kamei e Colin iniziano gradualmente ad assomigliare meno a due individui che a due nazioni che cercano di capirsi a vicenda. Il loro rapporto è conflittuale, magnetico e spesso crudele, ma anche intimo in un modo a cui nessuno dei due sembra del tutto in grado di resistere.
È qui che i padri defunti del film assumono un significato particolarmente struggente. Entrambi i ragazzi ereditano l’assenza dei propri padri come qualcosa di irrisolto, una sorta di eredità storica senza un linguaggio chiaro con cui affrontarla. I loro padri permangono non tanto come personaggi quanto come fantasmi di una generazione precedente, suggerendo le storie che sono state tramandate ai figli senza mai essere state adeguatamente riconciliate. I ragazzi ereditano quindi non solo l’assenza dei propri padri, ma anche le tensioni dei mondi che li hanno generati.
Eppure Tera non riduce mai la loro relazione a un’allegoria politica. Kamei e Colin rimangono adolescenti meravigliosamente ingenui, litigiosi e magnetici, capaci di ferirsi a vicenda per ragioni al tempo stesso banali e profonde. I loro scontri e i momenti di armonia riecheggiano le contraddizioni dello stesso rapporto tra giapponesi e americani: dipendenza e risentimento, intimità e distanza, conflitto e reciproco fascino.
La bellezza di The Color of the Sun risiede proprio in questo rifiuto di separare il personale dal politico. Ai ragazzi è concesso semplicemente di essere giovani, anche se la storia che li circonda insiste nel voler diversamente. Il film di Tera comprende che l’appartenenza raramente è una questione di scegliere da che parte stare. A volte significa imparare a vivere all’interno delle contraddizioni ereditate da chi ci ha preceduto. In Kamei e Colin, il regista trova un’immagine commovente di due storie che stanno ancora imparando a coesistere e, così facendo, crea uno dei film di formazione più silenziosamente toccanti del festival.
Voto:
5.0 out of 5.0 stars