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Venezia 83 – Sumo: Spirit Weighs Nothing: deludente documentario targato ESPN

Venezia 83 – Sumo: Spirit Weighs Nothing: deludente documentario targato ESPN

Il film di Erik Shirai, Sumo: Spirit Weighs Nothing, in concorso nella sezione Orizzonti all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, affronta il sumo non tanto come uno sport da spiegare, quanto piuttosto come un dramma da vivere in prima persona. Si tratta di una scelta interessante, soprattutto per uno sport la cui rappresentazione cinematografica rimane relativamente poco esplorata al di fuori del Giappone, e Shirai individua qualcosa di intrinsecamente drammatico nelle estreme condizioni fisiche e psicologiche dei suoi praticanti. I corpi sono monumentali, la disciplina è massacrante e i rituali si prestano naturalmente al linguaggio esaltato del cinema sportivo. C’è qualcosa di avvincente nell’osservare uomini che si sottopongono volontariamente a uno stile di vita così spietato.

Eppure, proprio l’ammirazione del film per questo sacrificio è anche il punto in cui inizia a sembrare in qualche modo limitato. Sumo: Spirit Weighs Nothing si concentra costantemente sulla durezza del sumo, sulle sue esigenze fisiche, sulle restrizioni, sulle gerarchie e sui costi personali che comporta dedicarsi a questo sport, ma giunge ripetutamente alla stessa conclusione: che il sumo è difficile, che richiede una disciplina straordinaria e che gli uomini che lo praticano compiono sacrifici considerevoli. Il concetto viene ribadito così spesso che, alla fine, lo sforzo stesso comincia a sembrare stranamente ridondante.

Ciò è in parte dovuto al fatto che Shirai dedica relativamente poca attenzione al significato storico e culturale che potrebbe rendere comprensibili questi sacrifici. Per uno spettatore che non conosce il sumo, il film offre poche indicazioni sul perché questo particolare sport susciti tanta devozione, o su cosa si celi dietro i suoi elaborati rituali e tradizioni. Il sumo viene presentato come una struttura quasi monolitica fatta di onore, resistenza e impegno, ma senza esaminare a sufficienza da dove abbiano origine tali valori, cosa siano arrivati a rappresentare o come si siano evoluti. Di conseguenza, gli sforzi fisici ed emotivi dei lottatori possono iniziare ad apparire eccessivi piuttosto che significativi: capiamo che stanno soffrendo, ma non sempre perché questa sofferenza dovrebbe avere importanza.

Si potrebbe ragionevolmente sostenere che i film drammatici sullo sport non debbano generalmente fornire una lezione di storia culturale. Un film sulla boxe non deve necessariamente spiegare la storia di questo sport prima di mostrarci il volto contuso di un pugile. Ma il sumo non è semplicemente uno sport che per caso esiste all’interno della cultura giapponese; i suoi rituali, le sue istituzioni e il suo simbolismo sono profondamente intrecciati con essa. In questo caso, un certo grado di approfondimento storico o culturale sembra meno un contesto supplementare che un prerequisito per comprendere la posta in gioco del dramma che Shirai vuole costruire.

C’è un innegabile intimità in questi ritratti, e il film rimane interessante proprio perché ci trasporta in un mondo a cui raramente viene dedicata questo tipo di attenzione cinematografica. Ma Sumo: Spirit Weighs Nothing non persegue necessariamente uno scopo didattico, né sembra particolarmente interessato a farlo. L’assenza di un contesto storico e culturale, tuttavia, impedisce in ultima analisi al film di sviluppare un’esplorazione più ponderata e approfondita dei temi a cui accenna, lasciando in qualche modo in sospeso le sue riflessioni sul sacrificio, la mascolinità, la disciplina e la devozione. Si tratta di un incontro intrigante con un mondo affascinante, ma che a volte scambia il peso del proprio soggetto per una comprensione dello stesso.

Voto:
2.5 out of 5.0 stars

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