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Venezia 83 – Primetime: il quinto potere nell’epoca del digitale

Copyright: I Wonder Pictures

Cosa può andare storto quando un regista promettente e capace sceglie di rifare un capolavoro della storia del cinema che, oltre ad essere “banalmente” formidabile a livello estetico, si è rivelato uno dei testi audiovisivi più profetici del XX secolo? Questa è la domanda che sorge spontaneamente allo spettatore e che lo attanaglia durante i 110 minuti di durata di Primetime, l’esordio alla regia di un film di finzione per il talentuoso e formalmente spericolato Lance Oppenheim. La pellicola, infatti, non fa nulla per nascondere e, anzi, rivendica (pure attraverso citazioni dirette) la sua totale devozione a Quinto Potere (Network, 1976) di Sidney Lumet: la ricostruzione dell’ascesa al successo di To Catch a Predator, il programma televisivo condotto dal giornalista Chris Hansen e che si poneva l’obiettivo di smascherare e catturare molestatori sessuali (principalmente pedofili) attirandoli in una trappola ben ordita da “esche umane” e sempre ripresa da numerose telecamere nascoste. viene narrata ricalcando proprio l’impianto architettonico del lavoro di Lumet.
Sommariamente, il film si sviluppa come una satira della “società dello spettacolo”, in questo caso rappresentata dall’industria televisiva dei primi anni Duemila (la narrazione si svolge precisamente nel 2006) e colta in tutti i suoi malsani rapporti di potere tra gli individui assuefatti narcisisticamente dalla riproduzione sul piccolo schermo della propria immagine e l’apparato televisivo stesso. Da questo punto di vista, Robert Pattinson interpreta Hansen con un adeguato piglio nevrotico e Oppenheim lo evidenzia regalandogli tutti i primi piani, le sfocature e le silhouette in controluce possibili; il conduttore diventa presto – e francamente piuttosto banalmente – una specie di capitano Achab a caccia della sua balena bianca (un procuratore distrettuale clamorosamente sospettato di adescamento di minori). La personalità del protagonista e la sua ossessione per il lavoro viene scandita dalla sceneggiatura di Ajon Singh attraverso il suo rapporto con la moglie (che Chris tradisce e con cui non ha mai il coraggio di confrontarsi) e con i colleghi; è proprio in questo frangente che emergono tutti i vizi dell’evidente operazione di calco di Quinto Potere: il racconto procede per “strappi“, ovvero secondo piccole cellule narrative che declinano, in modo abbastanza sovreccitato, la frenesia dissipatrice e sincopata dello showbiz, dove lo spettacolo viene prima di tutto, anche dell’etica stessa (una conclusione che, dal punto di vista tematico, è da ritenersi alquanto ridondante e derivativa, per non dire banale).
In tutto ciò, si inserisce la storyline del personaggio interpretato dal carismatico e ironico Skyler Gisondo, ovvero Dan Plumb, un aspirante attore con evidenti problemi di autostima e che si sconterà con il bestiale mondo dello spettacolo. Dan entrerà nel cast di To Catch a Predator e diventerà subito il “mozzo” del capitano Achab; il rapporto tra i due occupa la maggior parte della narrazione, ma non raggiunge una chiosa sufficientemente approfondita: Oppenheim ammanta la loro relazione professionale di una grottesca aura di morbosità, che tuttavia resta solo in superficie, adagiandosi sull’oscurità di alcune inquadrature e sulla musica tensiva da thriller fincheriano.

Esteticamente, Oppenheim sceglie di narrare il contesto mediale della sua storia avvalendosi di tanti effetti grafici (filtri, grane e dispostivi di ripresa), che richiamano prepotentemente il landscape audiovisivo dell’epoca. Tra videotape, VHS, schermi di computer, le finestre (windows) delle prime chat sui social network (MSN, Skype, MySpace), telecamere e videocamere di sorveglianza, Primetime si attesta come una cornucopia visiva dell’humus digitale dei primi anni del XXI secolo, gettando lo spettatore in un vorticoso – e spesso francamente eccessivo – viaggio visuale in cui le nevrosi dell’industria televisiva e di chi la abita sono dipinte in base al rapporto tra gli strumenti di ripresa impiegati e la realtà stessa. In quest’ottica, Oppenheim rivela (o ribadisce per chi ha avuto già la fortuna di guardare i suoi documentari Spermworld e Some Kind of Heaven) il suo talento di collage artist: si veda, ad esempio, la tesissima scena in cui le sfocature del volto di Pattinson non sono limitate a un determinato uso del focus della macchina da presa, bensì sono generate dalle “impallature” della pioggia notturna che eclissa e deforma il volto dell’attore di Batman (chiaramente, anche lui un investigatore sui generis come Hansen) e lo proietta in uno scenario artistico degno di Francis Bacon.

Eppure, tale surplus visivo non conquista mai dei vertici di pregnanza semantica che non vadano oltre a quanto faceva, straordinariamente cinquant’anni fa, il già menzionato Quinto Potere. Al contrario, sembra sovente che il sovraccarico formale dispiegato da Oppenheim, unito alla voluta frammentarietà sintattica della narrazione in sede di script, non faccia altro che nuocere ai discorsi di approfondimento politico, culturale e morale che la pellicola si impegna a fare. Primetime è dunque limitato a presentarsi come un’opera gradevole, ganza e chic ma abbastanza squilibrata nelle intenzioni, nei risultati e nei toni (il film parla del delicato tema della pedofilia, eppure dal racconto non traspare quasi mai una sensazione di reale pericolo e di serietà, dato che entrambe sono soffocate dall’impianto leggermente grottesco e satirico generale).

Voto:
3.0 out of 5.0 stars

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