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Venezia 83 – Imperium: una sinfonia visiva ai confini dell’Unione Sovietica

Venezia 83 – Imperium: una sinfonia visiva ai confini dell’Unione Sovietica

Copyright: Credits Essential Filmproduktion, Kino Produzioni, Société Parisienne de Production, Studio Uljana Kim

Sergei Loznitsa torna a Venezia per la terza volta, sempre fuori concorso nella sezione ora rinominata Venezia Open presentendo il suo nuovo film, il fluviale a dire poco Imperium. Realizzato con del favoloso materiale gentilmente concesso dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD), Archivio Luce Cinecittà e Cineteca Nazionale, composto da filmati d’archivio realizzati tra il 1970 e il 1973 da un team guidato dall’antropologo Diego Carpitella e comprendente tra gli altri Folco Quilici, Giorgio Arlorio, Giuseppe Ferrara, Rudi Assuntino, Gianni Bonicelli e il maestro del documentario antropologico italiano Luigi Di Gianni.

Imperium vuole mostrare le diverse sfaccettature di quell’Unione Sovietica che è stata contemporaneamente la più vasta nazione (concetto ben diverso da impero con tutte le peculiarità del caso) dell’età moderna. Un territorio immenso, più esteso del pianeta Plutone, tanto centralizzato quanto centellinato, un regime comunista illuso di poter permeare ogni angolo nelle sue molteplici peculiarità. Questo documentario ci mostra gli occhi di persone che forse non sapevano nemmeno chi fosse Breznev, e comunque non lo consideravano certo un elemento fondamentale della loro vita. Sembra quasi che Loznitsa abbia voluto fare un film partendo dalla lezione di Dziga Vertov e dalla frase che gli disse un ufficiale durante il suo periodo di leva lungo la frontiera iraniana nel 1987 appena prima che la nazione crollasse su sé stessa: “qui l’Unione Sovietica non esiste”.

Loznitsa parte da oltre 60 ore di girato (pensato per dei documentari Rai) in cui è praticamente impossibile risalire all’autore di uno o dell’altro filmato o spesso l’audio in presa diretta è assente o inutilizzabile per realizzare una sinfonia visiva, a tratti cittadina e a volte campagnola, in cui il fumo delle ciminiere si alterna alla condensa del fiato prodotto da chi vive in mezzo ai ghiacci e sciacqua i panni in buche scavate sullo strato superficiale. Vediamo parate militari, sacrifici animali, mattanze, ogni angolo sparso di venti tra repubbliche sovietiche e province della Russia attuale. Volti che trasudano più Asia che Europa, più ancestrali che industriali. Una sinfonia visiva ordinata, brutalista che diventa quasi naturalismo contemplativo. L’ideologia è lo sfondo immutabile di un’epoca che al suo interno racchiude interi villaggi che non si sono mai affacciati al ventesimo secolo e che guardano in macchina come si guarda un animale selvatico che sai che si limiterà ad osservare. Per quegli occhi forse, un italiano e un russo di Mosca erano estranei allo stesso livello, ed è difficile pensare che magari i suoi nipoti mandati a combattere in Ucraina la pensino diversamente.

Voto:
3.0 out of 5.0 stars

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