Dopo Fires on the Plain e Hokage – Ombra di fuoco, Shinya Tsukamoto aggiunge un ulteriore tassello a quella che è diventata a tutti gli effetti una trilogia sulla guerra o, più dettagliatamente, sulle conseguenze di essa su chi vi ha effettivamente preso parte. Mr. Nelson, Did You Kill People? segue la vera storia di Allen Nelson, reduce del Vietnam che, in preda ai sensi di colpa per lo sterminio di massa effettuato al fronte, decide di dedicare la propria vita alla divulgazione della tragica verità relativa al conflitto e alla predicazione dell’importanza del fare ammenda. Il risultato sono state più di mille conferenze tenute in tutto il mondo (soprattutto in Oriente), in cui Nelson non ha fatto altro che raccontare la propria storia.
Alternando diversi piani temporali (l’infanzia, la guerra, il periodo PTSD e la presunta guarigione), scanditi dal dialogo continuo e maieutico con lo psicologo interpretato da Geoffrey Rush (opportunamente monocorde), la parabola ondivaga di Nelson (Rodney Hicks, adeguato ma non brillante) si configura come la rappresentazione precipua della guerra secondo Tsukamoto, cioè come un loop. Infatti, il terapeuta ripeterà a Nelson sempre la medesima domanda: “Perché hai ucciso quella gente?” e, come si può intuire, il termine chiave è proprio “perché“; il regista giapponese non fa altro che interrogarsi sulle ragioni della guerra, giungendo a conclusioni tanto essenziali quanto lo è il suo stile.
L’autore di Tetsuo (ben omaggiato con la consueta soggettiva propulsiva e sound design “spacca-timpani”) racconta la guerra in Vietnam come una sinfonia di sangue, vomito, sporcizia (i repellenti flash sui ratti) e corpi mutilati, i cui arti sono feticci svuotati di qualsiasi senso, brandelli di un modello sventrato e dilaniato dalle bombe e dai proiettili. Teste che esplodono (con divertenti enfasi sui prop), crateri di carne uccisa e brulicante di vermi, corpi impossibili da ricomporre: Tsukamoto che fa Tsukamoto. Andare in guerra significa uccidere e uccidere significa voler uccidere. Questo è ciò che scaturisce dal serrato confronto con lo psicologo: il dovere (cioè gli ordini di morte ricevuti dai soldati) diventa prima o poi volere (la ripetizione e la febbrile frenesia dell’omicidio conduce all’assuefazione).
Se la prima parte della pellicola è caratterizzata dallo stile purissimo del maestro asiatico (non mancano neppure le sue stranianti dissolvenze incrociate), insieme ai suoi temi (l’ossessione per il virile e la sua decostruzione o, meglio ancora, annientamento), la seconda scava nel cuore editoriale del progetto: la prima esperienza di Tsukamoto con il cinema americano. Il melò che si dispiega da questo punto in poi (ben munito di una gravitas non indifferente) si concentra soprattutto sugli sviluppi del PTSD di Nelson in rapporto alla sua famiglia ed evidenzia, purtroppo, i limiti dell’opera. Infatti, lo stile essenziale, ipercinetico e “metallico” del filmmaker giapponese non sempre si sposa con il calore e le convenzioni estetiche del cinema statunitense; il risultato è che i risvolti emotivi del racconto giungano al pubblico sovente troppo “asciugati“. Inoltre, le due ore di durata non aiutano granché. A stupire, comunque, è il modo in cui Tsukamoto intercetta uno degli argomenti principali su cui Hollywood sta riflettendo ultimamente (in primis in ottica blockbuster come abbiamo notato in Disclosure Day, Spider-Man: Brand New Day e Project Hail Mary), ovvero l’empatia. Anche in Mr. Nelson, Did You Kill People confessare le proprie colpe, aprirsi agli altri e comprenderli (è il parallelismo tra i vietcong e gli afroamericani, entrambi vittime, ma lo indicano anche i momenti con i bambini e il ritornello iconografico dell’abbraccio) è la chiave per la redenzione.
Per Tsukamoto la guerra è semplice: è il loop della violenza ereditata e riprodotta di generazione in generazione, un vortice di morte e atroce scomposizione del corpo umano che genera solo ferite, le stesse che forse non possono essere rimarginate neppure con l’escapismo celato da un balletto e da una canzoncina. A testimonianza di ciò, basta l’ultima e sofferta inquadratura del film: un primo piano che si dissolve in nero con dolente lentezza e che conclude un’opera sicuramente imperfetta ma comunque positivamente inquietante.
Voto:
3.5 out of 5.0 stars