C’è davvero tutto in The Dog Stars – Le stelle dopo la fine, ovvero il nuovo, inaspettato e sorprendente film dell’irriducibile Ridley Scott, il quale a ben 88 anni d’età lavora ancora come se fosse non solo un ragazzino, ma soprattutto come se incarnasse alla perfezione i ritmi produttivi ed editoriali dei grandi maestri della Golden Age Hollywood. Nell’ultima fatica dell’autore di Blade Runner (le cui atmosfere sono ben lontane stavolta) non manca proprio nulla o, detto in altri termini, il film è piacevolmente, arditamente, scaltramente e orgogliosamente colmo di cliché e come diceva Umberto Eco nella sua celebre analisi di Casablanca (diretto proprio da uno di quei tanti registi, Michael Curtiz, che Scott guarda da lontano e prova a imitare nella sua bulimia lavorativa): “Due cliché ci fanno ridere [perché ci sembrano ridicoli], cento di loro ci emozionano“. Evidentemente, The Dog Stars non raggiunge i vertici qualitativi del capolavoro con Ingrid Bergman e neppure la più delirante delle eventuali rivalutazioni successive in stile politique des auteurs glielo permetterebbe; tuttavia, la pellicola si pone nella filmografia del regista di Alien necessariamente come opera minore per il suo carattere dichiaratamente sommesso e sui generis, cioè abbastanza distante dalle ambizioni editoriali, produttive, spettacolari e filosofiche delle gemme più preziose della carriera del filmmaker britannico.
Nonostante tutto, The Dog Stars è comunque un film di Ridley Scott ed è un blockbuster a tutti gli effetti (lo dimostrano, tra le altre cose, la distribuzione simultanea su scala globale, il cast all-star, l’ampio budget di 110 milioni di dollari e la sua natura di adattamento cinematografico dell’omonimo best seller scritto da Peter Heller); pertanto, lo spettacolo e l’elevato coinvolgimento spettatoriale non possono mancare.
Ambientato in un futuro postapocalittico in cui una pandemia ha quasi cancellato l’umanità dal pianeta, The Dog Stars segue le “avventure” di Hig (Jacob Elordi) e Bangley (Josh Brolin), finché non faranno la conoscenza di Jack (Guy Pearce) e di sua figlia Cima (Margaret Qualley). A colpire subito lo spettatore è l’approccio sincretico con cui Scott dipinge l’ambientazione postapocalittica: da un lato i riferimenti narrativi e scenografici attingono esplicitamente ad alcuni survival horror come Io sono leggenda (si veda il ruolo – invero un po’ stonato – assunto dal cane Jasper) e The Last of Us (dalla musica “raminga” emessa dalla chitarra in colonna sonora fino a citazioni plateali riscontrabili ogni volta che la macchina da presa inquadra un ambiente antropico ormai inghiottito dalla vegetazione); dall’altro, la tavolozza iconografica è indubbiamente quella del western.
Stavolta, per Ridley Scott il mondo di domani è quello di ieri, ovvero quello del Far West hollywoodiano, in cui ogni luogo e ogni spazio naturale è costantemente in lotta con l’uomo e il suo sguardo. Hig, invece delle praterie, solca i cieli e invece del cavallo monta sul suo aeroplano in cerca di altri sopravvissuti e di nuovi spazi da conquistare. Scott lo chiarisce benissimo dispiegando numerosi campi lunghissimi di abbacinante bellezza (d’altronde, è impossibile dimenticare i meravigliosi scorci paesaggistici nel finale della prima versione di Blade Runner, le cui riprese furono poi cedute cortesemente a Kubrick per l’incipit del suo Shining), i quali contribuiscono a instaurare nella dolente e silenziosa pace delle proprie immagini il tono caldo e malinconico di tutta la pellicola.
Il western di Scott vuole essere, in effetti, una specie di comfort movie e i numerosi cliché che lo abitano lo manifestano apertamente (battute come “sei morto come tutti gli altri, solo che ancora non lo sai” o alcuni personaggi che rivelano goffamente la propria natura fictionaria, scambiandosi informazioni solo per rendere il pubblico edotto dell’antefatto della narrazione). Eppure, come si puntualizzava in apertura, la presunta prevedibilità del film consente allo spettatore di immergersi in un prodotto dal sapore “domenicale”, ovvero qualcosa di familiare e semplice da seguire e da apprezzare (su un’OTT come Disney+ farà faville). A The Dog Stars non manca nulla, neanche un divertente ed esplosivo set piece con un Josh Brolin opportunamente cinico e beffardo, un’Allison Janney che conferma la sua bravura come caratterista e un Guy Pearce irresistibilmente burbero e protettivo nei confronti della figlia. Inoltre, non manca neppure una buona love story come quella tra Hig e Cima.
Jacob Elordi, con il suo volto da bravo ragazzo e il fisico da boscaiolo, riesce a trovare un buon equilibro tra quella fragilità emotiva richiesta ai divi della Gen-Z e l’allure da “bello e dannato” che si compete ai cavalieri erranti dei western. Accanto a lui, Margaret Qualley mette al servizio dei suoi tratti somatici docili e gentili un corretto lavoro di sottrazione, tanto che giunti al finale non sembra inopportuno lasciare cadere una lacrima per il loro amore, arricchito visivamente da un prato notturno e un cielo stellato che appartengono a un romanticismo cinematografico d’altri tempi.
E, non a caso, “d’altri tempi” è l’espressione che può essere attribuita a molti elementi del film, che comunque trova il modo di imbastire (seppure troppo rapidamente) una satira sulla società americana bianca dei nostri giorni, con al centro un breve ma divertito excursus sulle derive fondamentalistiche della religione e su quelle misandriche del femminismo da slogan.
Allo stesso modo, in più occasioni The Dog Stars rivendica un ritorno alla Madre Terra, con teneri episodi narrativi dedicati all’importanza dell’agricoltura e alla riscoperta, in senso ecumenico, della musica folk e delle feste popolari.
Insomma, a Ridley Scott non interessa essere originale o particolarmente certosino nella descrizione della mitologia del suo racconto (e questo potrebbe infastidire non pochi cinefili); il regista, la cui prolificità non può che essere ormai considerata come una qualità indiscussa, vuole “semplicemente” divertire ed emozionare il suo pubblico e riesce a farlo anche nei momenti in cui non tutto magari funziona alla perfezione (il primo atto soffre di un’eccessiva dilatazione narrativa, mentre il terzo lamenta il problema opposto).
Tuttavia, anche un Ridley Scott minore, per nulla indimenticabile e volutamente sommesso resta un piacere maggiore.
Voto:
3.5 out of 5.0 stars