Cosa c’è di peggio di un film che possiede buone potenzialità e che decide, volontariamente, di sprecarne la maggior parte? Probabilmente, solo un’opera totalmente difettosa e Maldoror di Fabrice Du Welz appartiene sicuramente alla prima categoria.
Il polar diretto dal regista belga e da lui scritto insieme a Domenico La Porta ricostruisce le indagini della polizia avvenute in Belgio nel corso degli anni Novanta e relative alla scomparsa di due bambine. Il caso si inserisce nel più ampio contesto politico dell’epoca in cui i tre corpi di polizia del Paese riscontravano grande fatica a comunicare tra di loro, non facendo altro che ostacolarsi a vicenda.
La trama, in verità non particolarmente cervellotica, viene complicata da un’articolazione in sede di sceneggiatura spesso prolissa e confusa, soprattutto nella gestione delle sue varie storyline. Durante il film, seguiamo infatti le gesta (a suo dire eroiche, ma sinceramente poco ortodosse) di Paul Chartier, la giovane recluta assegnata al caso di pedofilia e interpretata da Anthony Bajon: l’aplomb giovanile dell’attore (congiuntamente al suo bislacco baffetto) non permette al personaggio di essere davvero credibile e intrigante nei momenti relativi ai suoi scatti d’ira o, in generale, al suo carattere da “testa calda”.
Maldoror, infatti, sceglie spesso la via fincheriana (e talvolta vagamente e troppo poco convintamente manniana) del thriller poliziesco cupo e disincantato, in cui le regole, le prassi e le procedure esistono per essere infrante, in modo da provarne l’inefficacia. Conseguentemente, i personaggi appaiono tormentati e disillusi, in preda costantemente ai propri traumi e fragilità interiori.
Tuttavia, il principale problema relativo alla descrizione dei caratteri consiste in una mala gestione dei toni e dell’accumulo narrativo, spesso tendente a divagazioni non funzionali. È quello che si riscontra seguendo la sottotrama legata alla vita privata di Paul, sposato con una giovane ragazza di origini siciliane e la cui relazione sarà messa a dura prova dall’ossessione del ragazzo per il lavoro. Al di là dei fastidiosi stereotipi con cui viene dipinta l’italianità da cartolina dei suoceri e dei cognati di Paul (protagonisti di parecchi scambi recitati in italiano o in dialetto), il peccato maggiore consiste nel dedicare la mezzora iniziale della pellicola alla descrizione – mal riuscita e poco approfondita – del loro stato di immigrati in termini principalmente culturali; per questo motivo, Maldoror approda presto alla durata spropositata e ingiustificata di 155 minuti, garantendo allo spettatore non pochi e sgraditi cali di attenzione.
Tale difetto si acuisce maggiormente una volta giunti alla mezzora finale, in cui il film fa valere le proprie qualità da thriller gagliardo e senza scrupoli, inanellando un paio di scene ben riuscite sul fronte dell’action e della suspense; peccato, tuttavia, che sia ormai troppo tardi.
In tutto ciò, si inseriscono le bizzarre trovate formali di Du Welz: stravaganti freeze frame, zoom inaspettati e fuori luogo, strani e invadenti flash, filtri, patine ed effetti grafici (si vedano gli spaesanti titoli di testa). Il tentativo del regista di raccontare anche visivamente l’estetica “post-VHS” dell’ultimo decennio del Novecento belga fallisce abbastanza compiutamente e permette anche all’autore di centrare una delle peggiori scene di parto recentemente viste sul grande schermo, ciliegina amara su una torta già particolarmente poco gustosa.
Voto:
2.5 out of 5.0 stars