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Send Help – Deludente ritorno di Sam Raimi, tra triangoli della tristezza e insoliti destini…

Copyright: 20th Century Studio

Ricomincia da dove si era interrotto, il percorso di Sam Raimi lontano dai blockbuster: da una donna che sgobba giorno e notte per il suo lavoro, che viene scavalcata da un maschio nullafacente che “seduce” il capo. Insomma, la scena che apre Send Help ricorda molto quella che apre Drag Me to Hell, ultima opera originale del regista, risalente al 2009.

Venduto come il ritorno all’horror di Raimi (non che Dottor Strange nel Multiverso della Follia non lo fosse, per carità), si tratta di una rivisitazione di Robinson Crusoe, del Signore delle Mosche: la vicenda di alcuni naufraghi, insomma. Nello specifico, due naufraghi: Linda e Bradley, Rachel McAdams e Dylan O’Brien, rispettivamente dipendente e datore di lavoro.

Lui, è il figlio del vecchio capo di lei, da poco deceduto, dal quale ha ereditato una facoltosa azienda. Come da ABC della satira da quattro soldi, Bradley è un maschio incapace, che indossa pregiatissimi mocassini, ha una moglie bellissima, che indossa abiti da sera in pieno giorno, mentre porta all’anulare un anello di fidanzamento sgargiantissimo. Ama giocare a golf nel suo ufficio, con delle piccole buche; veste come uno yuppie; il suo braccio destro a lavoro è praticamente Patrick Bateman sotto mentite spoglie. Linda invece porta i capelli legati, gli occhiali, lavora struccata; indossa abiti di seconda mano e mangia sandwich maleodoranti in ufficio; è brillante in quello che fa, era la prediletta del padre di Bradley.

Insomma, un’accozzaglia di stereotipi. Raimi prende questi soggetti, e li porta, da soli, su un’isola deserta in seguito a un incidente aereo. Il tutto si traduce nella solita storiella trita e ritrita su come il ritorno allo stato di natura, la cancellazione della piramide sociale e delle gerarchie portino il servo a dominare il padrone. Tutto bellissimo. Un soggetto rivoluzionario. Se fossimo nel 1895.

In un certo senso, Send Help cade nello stesso meccanismo suicida di Triangle of Sadness: fare satira spiccia partendo da discorsi ovvi e topos che ti forzano a essere esplicito nella tua drammaturgia. Magari poi il film di Raimi provasse a metterci del proprio, per svincolarsi dalla gabbia di certi stereotipi legati al genere: non c’è nulla della sua cifra, se non alcuni momenti pseudo-grotteschi che stanno lì a urlare: “Questo è un film di Sam Raimi, celebre regista di film horror. E ora… ecco a voi l’horror!”.

Ed è paradossale dover dipendere così tanto dal registro horror, per il fenomenale autore, che più volte nel corso degli anni si è cimentato con storie diametralmente opposte a quelle de La Casa e Drag Me To Hell, come Soldi sporchi e Gioco d’amore. Raimi non dipende dall’horror, ma in questo caso, sembra che la sua zona di confort (o “settore di competenza”) abbia prevalso sul resto (non che il concept di Send Help sia di per sé particolarmente brillante poi).

Per di più l’asetticità del comparto visivo del film non fa altro che alimentare un quesito assillante:

Ma è davvero un film di Raimi? Sembra girato per andare su qualche piattaforma.

2.0 out of 5.0 stars
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