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Pluribus: i dettagli fanno la perfezione, ma la perfezione non è un dettaglio

Pluribus: i dettagli fanno la perfezione, ma la perfezione non è un dettaglio | Recensione Pluribus: i dettagli fanno la perfezione, ma la perfezione non è un dettaglio | Recensione

Il mondo della serialità perviene a una serie di regole, legate essenzialmente a fattori di durata, messa in scena, suddivisione nella forma episodica e capacità di strutturare una narrazione che possa risolversi nella sua funzione dilatata; ciò costituisce, in genere, un’arma a doppio taglio che distingue immediatamente il formato seriale da quello cinematografico, per quanto numerosi autori – soprattutto per una maggiore capacità espressiva – tendano ad assottigliare i confini con serie televisive che, negli ultimi anni, somigliano particolarmente a film lunghi. Con Pluribus e con Vince Gilligan, che il mondo delle serie TV lo conosce più che discretamente, possiamo tornare a tirare un sospiro di sollievo in un 2025 non necessariamente ricchissimo di prodotti di grande spicco, ma comunque in grado di regalare titoli di grande valore; Pluribus, in sé per sé e dal punto di vista narrativo, non introduce un qualcosa di esattamente originale – con la coscienza collettiva che viene a crearsi sulla base di un virus alieno essenzialmente vitaminico che sembra somigliare molto al pur citato L’invasione degli ultracorpi, con tinte di distopia che la storia recente ha conosciuto, in formato seriale, anche tra le puntate varie di Black Mirror -, ma si avvale di una grande facoltà nella costituzione dell’intera impalcatura della serie televisiva, che rifugge con forza tutti i cliché tipici della narrazione episodica (nel corso degli episodi c’è un solo cliffhanger, per dirne una) e che affida alla forza analitica, e quasi ossessiva, del dettaglio il suo motivo di grande successo. 

Il risultato sul piccolo schermo, a suo modo, è già storia con Rhea Seehorn, nei panni dell’iconica Carol Sturka, in grado di conquistare una candidatura ai Golden Globe 2026, in un caso unico di nomination che arriva per un prodotto non ancora finita, e che del resto sa anche molto di riscatto per un’attrice mai davvero considerata soprattutto nel contesto di Better Call Saul. L’intera opera che Vince Gilligan mette in piedi attraverso Pluribus è intrisa di una serie di elementi che pervengono a quella perfettibilità che molto spesso appare, e lo diciamo non di certo con soddisfazione, lontana dalle più bieche logiche spettatoriali, che in effetti risponde rifuggendo (e non poco) il prodotto soprattutto per la sua gestione dei tempi, per puntate definite troppo frettolosamente vuote; quello che appare dalla visione della serie TV, piuttosto, è un modo impeccabile di guardare al presente nella sua declinazione più pura degli elementi sociali e interrelazionali, dove la coscienza collettiva che conquista l’umanità con il sorriso somiglia – per quanto pleonastico – tanto all’intelligenza artificiale generativa, con una grande pletora di dettagli a confermarne la tesi, a partire dal carattere standardizzante di azioni, memorie e conoscenze (tutte confluite in unico essere che rende ogni umano inscindibile dall’altro, al netto di una crepa di tale immagine nella parte finale della serie), passando per il carattere di people pleasing degli episodi centrali (con l’obiettivo di rendere felice Carol che passa attraverso lo svolgimento di qualsiasi azione possibile, indipendentemente dalla sua gravità), giungendo fino alla componente più sentimentale e fisica, che arriva con il rapporto sessuale tra la protagonista e la sua controparte narrativa, Zosia, che pone in essere quell’allarme sull’innamoramento che molti esseri umani hanno nei confronti dei chatbot, in virtù di quel carattere tendenzialmente comprensivo, anticipatorio nella terminologia e (non di meno) facilmente manipolabile dell’AI di turno. 

Quella del contatto con l’intelligenza artificiale non è comunque l’unica forma di considerazione di una serie che struttura, sulla base di ragionamenti costantemente impliciti, il suo senso d’essere: viene in mente la scena della colazione, in cui Carol e Diabaté condividono il loro diverso modo di intendere la realtà a partire dal modo in cui consumano il loro pasto, con il secondo che mangia con delicatezza le sue uova strapazzate e la prima che realizza un toast ricco di uova, bacon e avocado, dimostrando il suo carattere tanto la cultura del pasto americano a cui appartiene. E non mancano neanche le frequenti citazioni, in un gioco al puntare il dito che inevitabilmente coinvolge lo spettatore in una macchina certamente stimolante, ma mai stantia, di dettagli che possono giungere all’occhio, come la scelta di Albuquerque o quella del sindaco (il vero sindaco della città) che appare nel corso degli episodi; la sensazione è che il mosaico complessivo in cui la protagonista si impegna, nel tentare di ricostruire il modo per salvare il mondo o comunque per sovvertire la tendenza che l’ha conquistato, sia posto in uno stato di focalizzazione interna con lo stesso spettatore, che si ritrova a condividere le medesime congetture, le teorie che animano Carol, facendo attenzione ai quei dettagli di cui sopra esattamente com’è costretta a fare una scrittrice che, del resto, si serve del modus operandi della scrittura (la lavagna per costruire le mappe concettuali dei suoi libri, che diventa l’espediente del dichiarato world building di Vince Gilligan, oltre che l’esplicitazione di dettagli persi per strada) per affrontare il pericolo (se di pericolo si tratta) con l’unica arma che ha a disposizione: la capacità di pensare al di fuori di un’unica forma mentis. 

Ed è interessante, anche alla luce del contraltare di Manousos, il superstite paraguayano che si impara a conoscere episodio dopo episodio nel suo tentativo di raggiungere la donna, rifiutando qualsiasi aiuto poiché nulla sul pianeta Terra appartiene alla coscienza collettiva, stabilire quei necessari confini morali che sono l’oggetto fondamentale della visione a posteriori della serie televisiva: abituato com’è a conquiste che avvengono in maniera violenta e simil-bellica, lo spettatore è portato a chiedersi se davvero quella del virus sia una minaccia e se l’azione di chi vuole salvarsi non sia soltanto una forma ossessiva di chi non si abbandona agli eventi, di fronte a uno status quo che non logora, non uccide, non spreca energia e ottimizza in tutti i modi risorse, conoscenze e ricordi. Del resto, lo stesso Manousos è tutto fuorché un deux ex machina (anzi, l’ultimo episodio sottolinea perfettamente il suo essere maschilista e omofobo latente, o comunque bigotto, complottista e conservatore in una porzione di mondo in cui a cambiare è non soltanto la tecnologia ma anche lo stile di vita): il confronto tra i due protagonisti della serie, rifuggendo la logica del contatto tanto sperato e felice riesce a sottolineare, ancora una volta, quelle declinazioni mai banali del mondo raccontato, in cui non soltanto ogni dettaglio – anche di episodi prima, come il viaggio in Norvegia di inizio stagione che si scopre essere la pratica di congelamento degli ovuli di Carol – trova felicemente la sua collocazione, ma in cui l’intera ossatura generale del prodotto è organizzata in una struttura mutevole, in cui tanto la lotta di classe quanto la lotta alla sopravvivenza convivono nel nuovo mondo in cui, apparentemente, praticare cannibalismo è meglio che cogliere mele da un albero, poiché (ed è giusto sottolinearlo, alla luce di una coscienza aliena che non ragiona come l’essere umano e con gli stessi stilemi etici, esattamente come si era intuito fin dal momento in cui si decide di realizzare le Placche delle Sonde Pioneer) non tutto ciò che moralmente riteniamo valido lo è aprioristicamente.

La storia delle prossime (possibilmente tre) stagioni saprà fornire ancor più dettagli a una matassa generale di altissimo livello, in cui la trama (se davvero di trama si vuole ancora parlare, nell’ormai imminente 2026) è l’unione di ogni piccolo elemento, ognuno di estremo valore, in grado di stimolare costantemente chi guarda e di coinvolgere su più piani di lettura e visione.

Voto:
4.5 out of 5.0 stars

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