Una cosa è certa: il concorso di Cannes 2025, aperto appena pochi giorni fa da Sound of Falling di Mascha Schilinski, sta cercando, nel bene e nel male, di spalancare le porte a una nuova generazione di autori e autrici che possano, si spera, fare la storia della Kermesse nei prossimi decenni.
Questo è il caso di Oliver Laxe, spagnolo di nascita parigino, classe 1982, che nel 2016 aveva presentato Mimosas al Festival, vincendo il Grand Prix alla Settimana della Critica; nel 2019 invece, è salito di categoria presentando ad Un Certain Regard O que arde. Un talento cristallino cresciuto direttamente nella scuderia di Thierry Fremaux: è la sua primissima volta in concorso.
Sirāt racconta la tragica avventura che un padre, un figlio e un cagnolino intraprendono in Marocco (partendo dalla Spagna), in cerca della primogenita dell’uomo, sparita misteriosamente dopo aver preso parte ad alcuni rave nel deserto.
La storia si trasforma nel giro di poche sequenze in un road movie concettualmente eccitante, in cui la famiglia spagnola parte in direzione di un rave (al quale si spera partecipi anche la figlia smarrita) nel bel mezzo del deserto a sud del paese; la spedizione viene condotta dal camion di alcuni ragazzi europei, habitué dei rave, seguiti dall’auto cinque posti sgangherata dei protagonisti.
È una storia di immigrazione, dunque integrazione, quella del film di Laxe, in cui gli europei vengono messi a contatto con un’area geograficamente associata all’immigrazione che nell’ultimo decennio ha colpito le penisole europee; quello stesso spazio (il deserto marocchino) diventa presto uno spazio geo-cinematografico: diventa il deserto di Mad Max: Fury Road. C’è qualcosa di geniale nel tentativo di mettere in scena l’action supremo di George Miller in chiave art-house. E in tal senso, c’è poco da sindacare: quando costringi il cittadino europeo ad affrontare in prima persona il viaggio senza speranze che un immigrato affronta sfidando il deserto, questi diventa vulnerabile, non dura più di poche ore (due, quelle della durata del film per l’esattezza).
Il vero problema, come spesso capita in questi esperimenti avvincenti, sta nel bilanciamento dei toni: è indubbio che il viaggio proposto da Sirāt sia di carattere allegorico-esoterico; ciò che desta non pochi dubbi è la sciatteria con cui il talentuoso autore tenta di inscenare alcuni dei momenti chiave della storia. Su tutti, il modo in cui diamo addio ai personaggi nel corso del tragico “secondo tempo” del film. Da quel frangente in poi, l’opera perde gradualmente l’equilibrio, con le vertigini che la spingono verso il baratro delle supercazzole camuffate da metafore.
In poche parole, sfruttare l’espediente delle mine anti-uomo nascoste sotto il manto di sabbia del deserto, il concetto espresso risulta eccessivamente esplicativo, soprattutto quando reiterato così tante volte (praticamente lungo tutto il corso dell’epilogo e non solo), oltre a fare il giro e diventare quasi una situazione comica, data l’assurdità della situazione.
Voto:
2.5 out of 5.0 stars