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Intervista a Lance Hammer, vincitore dell’Orso d’argento per “Queen at Sea”

Photocall di "Queen at Sea" alla Berlinale - GettyImages

Nel corso della nostra trasferta alla Berlinale abbiamo avuto la possibilità di chiacchierare con il regista americano classe 1967 Lance Hammer. Nel 2008, il suo esordio alla regia Ballast conquisto critica e giuria del Sundance, venendo insignito di un premio. Ha immediatamente smesso di realizzare lungometraggi, salvo poi tornare, in concorso alla Berlinale, vent’anni dopo il primo film, con Queen at Sea, intenso dramma sull’Alzheimer. Nei panni della protagonista, Juliette Binoche.

Il film di Hammer, ha vinto tre premi durante la cerimonia di chiusura del festival, risultando il film più premiato: Orso d’argento – Premio della giuria, Orso d’argento – Miglior performance non protagonista, Ex Aequo, a Anna Calder-Marshall & Tom Courtenay.

Trovate qui la recensione a cura di Giuseppe Parrella, in anteprima mondiale.

Senza ulteriori indugi, vi auguriamo una buona lettura.

L’intervista

Ha pensato ad Amour di Michael Haneke mentre preparava o girava Queen at Sea?

Hammer: Oh sì, ci ho pensato. È una cosa che cerchi di fare ma al contempo non fare, vero? Ci sono molti fatti di cronaca simili a quelli del mio film in ogni caso. Ho iniziato a sentir parlare spesso di storie simili, così, tutto a un tratto, ho avuto l’impressione che l’universo stesse cercando di dirmi qualcosa, come se avessi dovuto prestare attenzione a quelle storie. Così, quando ho iniziato a prendere appunti per il soggetto del film, ho connesso i puntini e ho pensato “Oh, cavolo… devo fare attenzione a quello che scrivo, perché potrebbe somigliare troppo ad Amour”. Nonostante Amour parli di una donna colpita da un brutto ictus, quindi di un problema fisico. Certo, anche l’Alzheimer lo è, colpisce il cervello. Ma demenza e ictus sono molto diversi. Poi però ho realizzato che il mondo tende a credere che siano la stessa cosa. Dunque, ero consapevole del fatto di non dover fare un film troppo simile ad Amour. Quindi, quando pensavo di star facendo qualcosa di simile, cambiavo rotta e scrivevo tutt’altro.

Posso chiederle di parlare dei dilemmi etici su cui ha riflettuto a proposito di questo tema?

Hammer: Sì, è proprio a causa di questi dilemmi che, una volta avuta l’idea di base, non volevo realizzare Queen at Sea. Pensavo “Cosa sto facendo? Questo è il soggetto peggiore su cui potrei mai fare un film nella mia carriera, è così lugubre”. Tuttavia, il dilemma al centro della storia, mi attraeva. Ho letto molti articoli a proposito di uomini che continuavano ad avere rapporti sessuali con le proprie mogli malate mentre i loro figli cercavano di fermarli. Provai vergogna, era una sorta di dilemma di Scilla e Cariddi.

Pensavo alle figlie di queste coppie, alla difficoltà che comporta prendere una decisione del genere. Personalmente penso che l’uomo in questione non avrebbe dovuto avere rapporti sessuali con sua moglie, ma è facile parlare quando non sei parte di quella storia o di quella famiglia. Amanda (Juliette Binoche nel film, n.d.r.) ha ragione in quella situazione. Volevo fare un film che raccontasse le sfumature di una dinamica del genere, impossibile da risolvere.

Com’è stato il suo rapporto con Juliette Binoche e gli altri attori?

Hammer: Speciale. Abbiamo fatto un mese di laboratorio assieme, per provare. Eravamo io, Juliette, Annie (Anna Calder-Marshall), Tom (Courtenay) e Gabriele de Santes, il mio partner produttivo. Ci sedevamo tutti i giorni a provare le scene, verbalmente. Registravo col telefono le prove e ogni sera modificavo la sceneggiatura in base alle evoluzioni che ci erano state durante le prove.

Tutti hanno legato. Tom e Annie poi, avevano avuto una relazione anni fa. Recitarono assieme nell’Amleto a teatro. Juliette è stata in questo senso “accettata” nella loro famiglia.

C’è un dialogo tra Tom e Juliette in cui lui descrive la malattia di sua moglie come “un buco nero”. In quel momento lei mostra la reazione di Juliette. Sono rimasto sorpreso nell’assistere alla gradualità con cui la smorfia si compone sul suo volto.

Hammer: È magistrale, vero? Devi solamente inquadrarla, fa tutto da sola.

A proposito di composizioni e movimenti di camera, nelle scene ambientate a casa di Tom e Annie, le inquadrature sono sempre fisse. In quelle a casa di Amanda, si usa spesso la camera a mano.

Hammer: Beh, questo è il risultato ottenuto dalla collaborazione con il direttore della fotografia, Adolpho Veloso. Cercavamo di mostrare le differenze di dinamiche nel mondo del film. Volevamo qualcosa di statico e manieroso per le scene con i due anziani. Mentre dalle scene con Flo (la figlia adolescente della Binoche nel film, n.d.r.), volevamo tirare fuori energia caotica e gioiosa. Le scene con gli adolescenti sono state improvvisate. Non potevamo comporre delle inquadrature definite, quindi potevamo seguirli soltanto con la camera a mano.

Che genere di ricerche mediche ha fatto?

Hammer: Ho scritto la sceneggiatura affinché potessi girare il film in qualsiasi grande città, ma avevo usando New York come riferimento principale. Dopodiché, ho iniziato a fare ricerche negli Stati Uniti. Ma ci sono differenze sostanziali nel modo in cui si affrontano casi di violenza sessuale lì piuttosto che in Regno Unito. In Inghilterra, sono molto più specializzati. Esistono il SARC (Sexual Assault Referral Centre, centro di riferimento per violenze sessuali, n.d.r.) e gli agenti SOIT (Sexual Offences Investigative Technique, tecniche investigative per gli abusi sessuali, n.d.r.), facenti parte delle forze di polizia.

Ho dovuto quindi reclutare nuovi consulenti per l’argomento. Grazie a Gabrielle Stevens abbiamo trovato dei nuovi consulenti dal Regno Unito, come ad esempio Michelle Jeram, che interpreta l’agente SOIT nel film. Lei è un’attrice, ma prima è stata una vera SOIT. Siamo stati così fortunati a trovarla. Ha aiutato anche gli altri attori, conoscendo il linguaggio tecnico legato a questi casi. Ha portato molta autenticità al progetto.

Volevo chiederle qualcosa a proposito del titolo, Queen at Sea. In che modo dovremmo intenderlo? Che ragionamento c’è stato dietro questo titolo?

Hammer: Oh, ecco un’altra domanda alla quale non so come rispondere. Ricordo come è successo, in che momento ho pensato al titolo. Ero in cucina a cucinare delle uova e riflettevo sul titolo, perché non sapevo come chiamare il film. Ma in inglese, l’espressione at sea, significa“spaesato”. Quando hai la demenza, o quando ti prendi cura di una persona che ne soffre, spesso ti senti perso in questa vastità, isolato, cercando di avanzare e allontanarti dalla riva. A proposito del Queen nel titolo invece, non so quanto sia accurato quello che sto per dire ma… avevo in mente l’immagine di una regina, come la regina d’Inghilterra, nel 1700, su una nave da battaglia, non so.

E quando la regina è sulla nave da battaglia, di solito è perché il tuo paese è nei guai. Ma comunque non è necessariamente vero, ho letto molte storie di regine salite su navi da battaglia soltanto perché amavano quel tipo di esperienze. Ma pensavo anche a queen inteso come “matriarca”. Una matriarca in pericolo. E non so, non so se questo titolo fa riferimento a un personaggio specifico, forse rappresenta un archetipo delle tre fasi della vita di una madre nella famiglia. Forse è Annie, non lo so.

Sembra un titolo casuale, giusto?

Hammer: Sì, forse avrei dovuto dargli un altro nome, molte persone sono confuse dal titolo. Ma sono pigro, quindi questo è il titolo.

Guardando il film, pensa ai malati di Alzheimer con cui ha avuto a che fare?

Hammer: Sì e ho dei sentimenti irrisolti rispetto alla questione. Credo che la mia responsabilità principale sia quella di realizzare il miglior prodotto artistico possibile, senza ferire nessuno. Non voglio che delle famiglie che guardano il film lo accusino particolarmente, questo è il mio dilemma. Perché potrebbe essere doloroso. Ma credo di aver fatto la cosa giusta perché ho seguito il mio impulso artistico. Molte persone alla fine potrebbero trarre qualcosa di positivo dalla visione del film.

A proposito del consenso nel film, all’inizio, quando vediamo i due anziani a letto, pensiamo tutti che Leslie non sia consapevole di quello che sta succedendo. Ma verso la fine del film, ci rendiamo conto che in realtà ha sempre avuto molta consapevolezza della propria sessualità, nonostante la malattia. Forse, se Amanda ha avuto una reazione così drastica per proteggere sua madre è semplicemente perché è stata una figlia assente e non conosceva questo suo aspetto.

Hammer: È complicato. Personalmente, credo che a prescindere da tutto Martin non avrebbe dovuto avere un rapporto sessuale con sua moglie, siccome non potrà mai avere la certezza di quello che prova. Però hai ragione, è molto facile fraintendere le intenzioni di Leslie in merito all’atto sessuale, soprattutto per quanto riguarda il consenso.

In effetti però, la sua potrebbe essere anche una forma di disinibizione che deriva dalla perdita di funzioni cognitive. Le sue azioni sono dettate dagli istinti primari. Forse non è una cosa sana per lei, forse potrebbe anche procurarle del dolore, per quanto sia lei a cercare fisicamente il suo partner. Molti psichiatri geriatrici la pensano così. Ma non puoi avere risposte certe, perché questi pazienti non riescono a comunicare in maniera sana e onesta quello che provano. La linea qui è molto sfocata: a un certo punto arriva un momento in cui non puoi fidarti della persona che soffre di demenza in merito alle sue decisioni.

Come ci si comporta quando tutto è così caotico? Forse lei sta cercando di darti dei segnali che non riesci a interpretare, non puoi saperlo. Queste sono domande complesse alle quali non ho risposte. Quindi, ci tenevo soltanto a raccontare il modo in cui mi fanno sentire: non ne so molto.

A proposito del finale del film, come mai ha scelto di far finire la storia di Leslie e Martin in quel modo?

Hammer: Non ne sono sicuro. Forse l’intuito mi ha suggerito questa scelta e io l’ho assecondata.

Ricordo che in quella fase della scrittura, mi interrogavo in merito alla mia frustrazione riguardo alcuni film sulla demenza in cui si cerca di assumere il punto di vista del malato. Come puoi capire cosa provano? Non possono articolarlo. Come potrei avere, quindi, la presunzione di fare un film dal loro punto di vista?

Quello che non vedo nei film degli altri sull’argomento, è il rendere la figura del malato di Alzheimer “opaca”, mente ci si concentra sul punto di vista delle persone lucide che le stanno attorno: cosa stanno vivendo, come stanno cercando di entrare nell’opacità della persona che amano, fallendo.

Ci sono molti casi di demenza nella mia vita privata. Nessuno della mia famiglia, amici di famiglia semmai. Molti amici di mio padre se ne sono andati così. Quindi sono immerso nel dolore e nell’ansia di questa esperienza.

Volevo mostrare questa dinamica in maniera onesta, piuttosto che raccontarla in chiave redentiva, perché è falso affermare che ci sia molta bellezza in questa esperienza. Forse ci sono momenti di bellezza, ma è una delle esperienze più complesse che una persona possa affrontare nella propria vita.

Quindi, scegliere di far morire Martin alla fine, era un modo per risolvere lo snodo della storia. Ma in realtà è uno dei modi più comuni per morire, per le persone che superano i 65 anni. Cadere in bagno intendo.

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