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La Sposa! – Arriva la fottutissima pagliacciata dell’anno

Copyright: Warner Bros.

Dopo aver perseguitato il fantasma del compianto Wes Craven con l’ennesimo, osceno, sequel di Scream, questa volta è il turno di Mary Wollstonecraft Shelley, scomodata nientepopodimeno che da Maggie Gyllenhaal, per il suo La Sposa!, libera trasposizione della storia del Mostro di Frankenstein. Non tanto del romanzo della stessa Shelley, quanto più da alcune tra le più celebri versioni cinematografiche del Moderno Prometeo della letteratura di fantascienza.

La divina Jessie Buckley e Christian Bale interpretano Penny e Frankie, la Sposa e Frankenstein (“il mio nome è Frankenstein, come mio padre”, così, si presenta il personaggio di Bale nella sua prima apparizione), moderni Bonnie & Clyde, protagonisti di un viaggio tangenziale lungo il ventre degli Stati Uniti, in fuga da una detective tra le più insulse viste negli ultimi anni (Penelope Cruz). Il racconto della Gyllenhaal parte, come già accaduto a più riprese in molte storie ispirate a La moglie di Frankenstein di James Whale, da un assunto: il mostruoso protagonista maschile ha già vissuto quello che noi, letterariamente, conosciamo. Ha già sperimentato il furore del popolo, il loro odio. Cerca dunque una compagna per tornare a provare un senso di “comunione” con qualcuno, così dice. Questo espediente della comunione, poi, aprirà le porte a una delle trovate erotiche più spiacevoli viste negli ultimi anni di cinema americano.

Trovare un modo per riassumere, tematicamente, La Sposa! rischia di trasformarsi in una sfida rivolta ai critici cinematografici più temerari: a distanza di diverse ore dalla visione in sala, un alone di mistero continua ad avvolgere l’intera opera: qual è l’intento di una rappresentazione dell’opera (e del corpo…) di Mary Shelley così singolarmente demenziale? Perché, parlando chiaramente, se l’intento voleva essere quello di usare il corpo (neanche poi chissà quanto) tumefatto della rediviva Sposa di Frankenstein per reincarnarvi il fervore femminista (inteso come ‘affermazione di sé al pari del prossimo’, senza parlare per forza di genere) della Shelley, permettetemi di dire che la stiamo sparando davvero grossa.

Il personaggio interpretato dalla Buckley non ha scorza, per quanto la goffa regia della Gyllenhaal provi a mostrarla come una autentica ‘baddie’. Vorrebbe essere la Harley Quinn di The Suicide Squad di James Gunn, in una accezione (se possibile) più schizofrenica, meno giocosa. Al contempo, ambisce a essere la Quinn vista in Joker – Folie à Deux di Todd Phillips: una sottospecie (nel caso de La Sposa!) di forza rivoluzionaria silente pronta a sconquassare la psiche di un maschio fragile che vive di falsità. Perché il Frankenstein di Christian Bale è Arthur Fleck, a modo suo. Non conosce il mondo, è divorato interiormente dalla solitudine, al punto da iniziare a costruire un mondo perfetto, ideale, nella sua immaginazione, ispirandosi a quello che vede nei musical.

Dai, santiddio!

Questo accostamento al meraviglioso sequel di Joker apre inevitabilmente le porte alla sottotrama cultista di quest’ultimo: alcune donne iniziano a usare il trucco della Sposa come simbolo di ribellione alle istituzioni. Peccato però che questa faccenda viene mostrata durante un breve montaggio di due minuti, per poi non essere più ripescata fino alla fine del film. Anzi, a onor del vero, la questione rivoluzionaria viene riesumata nella “post credit” del film, che dura trentacinque secondi.

L’ambientazione storica del film poi (Stati Uniti, 1936), diventa il pretesto per rievocare alcuni dei volti e delle citazioni più significative della cultura pop cinefila, da una sorta di Fred Astaire interpretato brevemente da Jake Gyllenhaal, alle varie citazioni a Marlene Dietrich, Ginger Rodgers, Frankenstein Junior (“si pronuncia Frankensteen o Frankenstein?”), La signora del venerdì di Howard Hawks e all’inevitabile Bonnie e Clyde di Arthur Penn. Tutto questo però, viene annullato dalla leggerezza con cui si cerca di appaiare Penny e Frankie ad Arthur e Harley, più che a Bonnie e Clyde. Alla fine della fiera, la ragione per cui la storia della Sposa è stata ambientata negli anni del Proibizionismo, è dettata da una strampalata sottotrama legata ai femminicidi commessi dalla mafia di Chicago. Praticamente, l’unico (supposto) grido femminista che caratterizza (per modo di dire) il personaggio della Sposa, che, per il resto, finisce col diventare il personaggio meno interessante, per distacco, della coppia, oltre a non avere uno scopo, narrativo ed esistenziale, per due ore di film.

E la povera Mary Shelley, che appare a più riprese sottoforma di visione (in bianco e nero) della Sposa, è vittima di un ennesimo atto di necrofilia intermediale da parte del cinema americano: lasciate in pace ciò che appartiene al passato, se la vostra intenzione è quella di aggrapparvici morbosamente.

La più grande delusione del 2026 cinematografico. Questo perché Maggie Gyllenhaal è una bravissima autrice, andate a recuperare il suo La figlia oscura.

1.5 out of 5.0 stars
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