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Scream 7 – Ghostface all’ultima spiaggia

Dobbiamo parlare dei sequel di Scream, la situazione sta sfuggendo di mano. Tra le molte operazioni revival attuate nell’ultimo decennio, quella legata al franchise creato da Wes Craven e Kevin Williamson è, per distacco, la più oscena, quantomeno su un piano filologico.

Nel 1996 Craven dirige uno degli horror più influenti del decennio, decostruendo il mito dello slasher, tra serial killer impacciati, scream queen cinefile e indagini da Whodunnit? entusiasmanti. Un modello di cinema che non solo spappolava sotto gli occhi degli spettatori le fondamenta teoriche dello slasher, che negli anni ’90 aveva raggiunto uno stato di pigrizia avvilente, ma che proponeva anche una nuova risposta autoriale alla aurea mediocritas stabilita dal sistema industriale dell’epoca.

Una cosa è certa: Scream (ma anche il suo Ghostface) è una bestia famelica che si nutre di cinefilia. Una saga che fa da sempre della massima “un film è un capolavoro se ci sono 100 cliché, perché i cliché sono la vita stessa” il proprio credo esistenziale. Anche un lattante insomma, saprebbe rendersi conto del fatto che omettendo il metacinema da Scream, lo si snaturerebbe.

A quanto pare invece, non è un sillogismo così ovvio per gli executives di Paramount e per i tre (TRE!) registi che si sono alternati nella realizzazione della nuova trilogia di Scream.

Se nel precedente capitolo l’improbabile coppia formata da Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett cercava di propinarci una sottospecie di legacy movie per cercare di mettere il loro Scream sullo stesso piano degli altri revival anni ’80 e ’90, nel caso di Scream 7 Kevin Williamson decide di riesumare alcune salme direttamente dal 1996. Sidney Prescott torna a vestire i panni della scream queen che fu nei film di Craven, mentre Matthew Lillard torna a interpretare Stu Macher, uno dei due Ghostface del primo film della saga. Ma qui, udite udite, scatta il mirabolante colpo di teatro: Stu Macher è in realtà una falsa identità, un catfish, generato da un’intelligenza artificiale tramite deepfake!

Insomma, se Paramount stava cercando un modo per risultare ancora più ridicola nel provare a rendere più “vicino ai giovani” il franchise tratto dai film di Craven, la questione AI è la ciliegina sulla torta.

Tornando ai metaforici cadaveri dissotterrati, Williamson (che scrisse il primo Scream nel 1996) porta nuovamente in auge una pratica cine-necrofila già vista nei primi minuti dello sconcertante Deadpool & Wolverine. Avete presente il modo in cui Deadpool usa lo scheletro del Logan di James Mangold per combattere contro un’orda di nemici? Bene, il concetto adottato da Scream 7 è più o meno il medesimo.
Siamo arrivati a un punto di non ritorno in cui Hollywood dà per assodato che il pubblico senta la necessità di provare nostalgia per qualsiasi frangente del passato dell’industria dell’intrattenimento: su per giù, negli ultimi tre capitoli della saga, vengono inscenate dodicimila rievocazioni del primo Scream di Wes Craven.

Scream 7 non è neanche necessariamente il film più fastidioso della nuova trilogia, ma è senza ombra di dubbio quello più sincero: non è affatto interessato a fingere di essere ciò che non è, tutt’altro. Riassume in maniera cristallina tutto ciò che di sbagliato veniva già propinato dai precedenti capitoli, ma con una vena di banalità ancor più carica, se possibile, per quanto tragicomico possa suonare. Il nuovo corso della saga ha reso il corpo e la maschera di Ghostface antitesi di quanto costruito da Craven tra il 1996 e il 2011: un serial killer anonimo, che agisce seguendo una collera irrefrenabile, una incarnazione del male assoluto, eterno e reincarnabile. Una sorta di Michael Myers, per capirci. Tutto ciò che la saga ha sempre cercato di schernire (rispettosamente).

In generale, la nuova proposta dell’amministrazione Paramount legata al franchise, passerà alla storia come una promessa mai mantenuta: in Scream (2022) si alludeva a più riprese all’elevated-horror, citando anche Jordan Peele (“Peele rules!”), siccome alcuni utenti Reddit avevano detestato l’ultimo capitolo della (meta)saga di Stab, ritenuto troppo elevated, distante dai canoni dei primi film della saga. Benissimo. Perché non costruire la nuova trilogia su una reale critica agli horror contemporanei? Non basta citare Babadook di Jennifer Kent nella prima scena del reboot per contemporaneizzare gli “scherzi telefonici” di Ghostface. Per nulla.

Per di più, più si va avanti con il franchise, più la questione del film-nel-film si dissolve, come lacrime nella pioggia. Insomma, di Scream non sembra essere rimasto più nulla, eccezion fatta per la maschera munchiana dell’assassino.

Come si può pensare di trasformare Scream in uno slasher classico, con un impianto da teen-drama contemporaneo? È come cercare di insegnare a volare a una gallina.

1.0 out of 5.0 stars
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