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Cannes 78 – Sentimental Value: genitori e figli, generazioni, leggerezza

Copyright: NEON

Il ritorno di Joachim Trier in concorso a Cannes arriva quattro anni dopo l’exploit de La persona peggiore del mondo, che vinse il Prix per la migliore interpretazione femminile, riuscendo poi a ottenere due candidature agli Oscar (miglior sceneggiatura originale e miglior film internazionale).

Sentimental Value riunisce il regista norvegese con la “sua” Renate Reinsve, che qui interpreta Nora Borg, un’attrice di teatro con tendenze depressive, figlia di un acclamato regista di cinema d’autore, Gustav Borg (Stellan Skarsgård ), che torna misteriosamente a Oslo in seguito alla morte della madre delle sue figlie (la maggiore interpretata da un’ottima Inga Ibsdotter Lilleeas). Non c’è mai stato, sin da quando sono ragazzine.

Borg vuole girare un film, il suo primo lungo di fiction dopo più di un decennio e per farlo vorrebbe coinvolgere Nora, per la quale sostiene di aver scritto il personaggio protagonista.

L’arrivo in casa di questa misteriosa sceneggiatura – che entrambe le sorelle rifiutano di leggere – segna il riaffiorare di alcuni sentimenti, lasciati andare per anni, forse per tutta una vita. La storia di Sentimental Value è quella di due figlie che, in maniere differenti, sono costrette a riflettere – attraverso il dolore – sul rapporto conflittuale con una figura paterna per lo più inesistente.

È un Otto e mezzo, in fin dei conti, se letto dal punto di vista del padre/regista. D’altronde, la storia è condita da momenti (reiterati e iper-didascalici) in cui la presenza di palcoscenici e set creano ponti tra realtà familiare e finzione narrativa. Questo grazie anche alla presenza di Elle Fanning, che qui interpreta un’attrice americana innamorata del cinema di Borg, che viene ingaggiata dal regista per interpretare il personaggio del film scritto inizialmente per Nora, che si rifiuta di lavorare con suo padre.

In sostanza, inizia a nascere una graduale ricostruzione delle fattezze di Nora attraverso il corpo di Rachel, come a voler evocare una figlia con cui non si è in grado di comunicare, attraverso un “burattino”, un’interprete.

Il problema di Sentimental Value in effetti, sta proprio in certi espedienti. Una regola non scritta, vuole che se c’è un cliché in un film può risultare fastidioso. Se ce ne sono cento invece, il film è un capolavoro. Ecco, diciamo che in questo caso la regola viene spezzata. I tanti cliché che condiscono il film non fanno altro che renderlo superficiale e sufficiente ai macro-temi trattati.

Ma forse, il peccato principale compiuto da Joachim Trier e dal suo solito sceneggiatore Eskil Vogt, sta nel fraintendere dall’inizio alla fine della storia i conflitti tra i vari personaggi. Dimenticano puntualmente di inserire delle scene madri (in un film in cui l’assenza della madre smuove mari e monti, innescando la trama stessa) che chiudano i vari rapporti a due. In effetti, l’unica scena madre è riservata alle due sorelle. Il personaggio di Skarsgård invece, resta avvolto nel mistero dall’inizio alla fine, per quanto concerne le sue motivazioni.

Una pigrizia di fondo, che si nasconde dietro l’espediente del film-nel-film.

Voto:
2.5 out of 5.0 stars

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