Cosa potrebbe andare storto nel realizzare uno pseudo-remake (intenzione opportunamente esibita nei titoli di coda) in chiave satirica dei Pugni in tasca, soprattutto quando in sede di sceneggiatura c’è Efthimis Filippou (storico collaboratore di Yorgos Lanthimos)? Ebbene, la risposta a questa domanda – che probabilmente nessuno avrebbe voluto porsi – è giunta con particolare mestizia e nervosismo alla Berlinale 76, dove il concorso ha accolto l’ultima fatica di Karim Ainouz intitolata Rosebush Pruning.
Sfoggiando un ricco cast che comprende gli hollywoodiani Callum Turner, Elle Fanning e Jamie Bell, questa pretestuosa e puerile versione del capolavoro di Marco Bellocchio ne riprende esattamente il nucleo concettuale, con la lenta deflagrazione dei rapporti insiti all’interno di una famiglia altoborghese. In questo caso, i fratelli Ed, Jack, Anna e Robert perpetrano le proprie perversioni insieme al padre dopo il trasferimento dagli Stati Uniti alla Spagna, mentre devono fare i conti con l’arrivo di Martha, la nuova fidanzata di Jack e che decisamente non appartiene allo stesso rango sociale della famiglia.
Vagando tra scialbi inserti metaforici e quadretti surrealisti di dubbio gusto e flebile profondità, la pellicola non lesina momenti all’insegna dello shock value più gratuito, giustificato dalle ambizioni satiriche del soggetto e inevitabilmente accompagnato da tappeti sonori techno, come nella laccata scena terminale su cui scorrono i titoli di coda. Tra autocompiaciute esibizioni di genitali maschili, situazioni incestuose, squarci di omicida violenza grafica e con le sue immagini laccate quanto uno spot pubblicitario, Rosebush Pruning sceglie di astrarre i contenuti dell’opera prima di Bellocchio dal contesto storico che l’hanno plasmata.
Il risultato è un film convinto di essere arguto e provocatorio, ma che in verità denuncia vistosamente tutti i limiti della propria sceneggiatura e lascia intravedere la mancanza di maturità dello sguardo di Ainouz, incapace di maneggiare uno script troppo vorticoso e ben lontano dagli esiti prefissati.
Allo stesso modo, neanche il cast di livello riesce a ottemperare al fiasco della pellicola, dando spesso l’impressione di averla girata senza possedere la sceneggiatura nella sua interezza e apparendo talvolta disunito e spaesato.
Rosebush Pruning è, inoltre, targato MUBI, etichetta che lascia intendere finanche troppo evidentemente tutte le traiettorie editoriali del progetto, perso nei meandri della provocazione da festival e già pronto per essere idolatrato nella sua bislaccheria adolescenziale dagli avventori di Letterboxd.
Voto:
2.0 out of 5.0 stars