Nancy Spielberg, Kleber Mendonça Filho, Karim Aïnouz, Radu Jude, Maria Schrader, Claudia Tomassini e il regista di No Other Land Yuval Abraham si schierano a favore di Tricia Tuttle, in merito alle notizie di un presunto licenziamento della direttrice della Berlinale che circolano insistentemente da diverse ore, a partire dall’indiscrezione di tabloid tedeschi. I firmatari aumentano velocemente, con Deadline che riporta della lettera che circola tra i gruppi Whatsapp di numerosi registi, avendo raggiunto le 348 firme. La possibilità di licenziamento sarebbe determinata dalle difficoltà di gestione, soprattutto in termini politici e ideologici, dell’ultimo Festival, specie a seguito delle controverse dichiarazioni di Wim Wenders in merito alla posizione della Giuria di Berlino sulla Palestina. La lettera aperta recita:
Come cineasti in Germania e all’estero, seguiamo con profonda preoccupazione gli attuali dibattiti sulla Berlinale e il proposto licenziamento di Tricia Tuttle. Difendiamo la Berlinale per ciò che è fondamentalmente: un luogo di scambio. La Berlinale è più di un tappeto rosso o di una serie di titoli. È uno spazio in cui le prospettive si intersecano, le narrazioni vengono messe in discussione e le tensioni sociali vengono portate alla luce. È qui che si dispiega il discorso: nel cuore stesso del cinema. Le critiche recenti si sono concentrate sulle dichiarazioni rilasciate dal palco. Nessuna di queste dichiarazioni è stata rilasciata dalla direzione del festival, bensì dai registi invitati. Un festival cinematografico internazionale non è uno strumento diplomatico; è uno spazio culturale democratico degno di protezione. La sua forza risiede nella capacità di accogliere prospettive divergenti e di dare visibilità a una pluralità di voci. Anche una fotografia che ritrae la direzione del festival con i registi, in cui era visibile una bandiera palestinese, è stata oggetto di critiche. Essere fotografati con ospiti internazionali fa parte della prassi di un festival di questo tipo. La visibilità di identità diverse non è un’approvazione; è l’espressione di una sfera pubblica aperta e democratica. Quando si traggono conseguenze personali da dichiarazioni individuali o interpretazioni simboliche, si invia un segnale preoccupante: le istituzioni culturali sono sotto pressione politica. Se si convocasse un’assemblea straordinaria per decidere il futuro della leadership del festival, la posta in gioco sarebbe ben più alta di una singola nomina. In gioco c’è il rapporto tra libertà artistica e indipendenza istituzionale. La Berlinale è sempre stata politica, non partitica, ma impegnata socialmente. Il cinema rende visibili i conflitti, apre prospettive e rende tangibili le esperienze di ingiustizia e violenza. Il cinema solleva questioni morali e ci chiede di sopportare l’ambiguità piuttosto che risolverla prematuramente. Illumina le strutture di potere e dà visibilità alle esperienze di oppressione, non per fornire risposte semplici, ma per consentire un dibattito pubblico significativo. È proprio qui che risiede il suo valore democratico. Soprattutto in tempi di crisi globale, abbiamo bisogno di spazi capaci di sostenere il disaccordo. L’indipendenza delle istituzioni culturali salvaguarda non solo la libertà artistica, ma anche la vitalità del discorso democratico stesso. Se ogni controversia porta a ripercussioni istituzionali, il discorso cede il passo al controllo. Sosteniamo una cultura dello scambio, non dell’intimidazione.
Dove la diversità rimane visibile, la democrazia rimane viva.