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Cannes 79 – Sheep in the Box: l’utopia di Hirokazu Kore’eda

Copyright: NEON

In un futuro non troppo distante, una coppia di genitori in lutto per la prematura scomparsa del figlio decide di affidarsi al programma REbirth, un’avveniristica procedura tecnologia capace di riportare in vita chi non c’è più trasferendo i suoi ricordi e la sua personalità in un corpo meccanico governato dall’intelligenza artificiale. Di primo acchito, questa potrebbe sembrare a tutti gli effetti la sinossi di un episodio di Black Mirror oppure, citando qualcosa di più recente e presentato a un altro festival internazionale, quello della Berlinale, potrebbe trattarsi di uno dei tanti universi paralleli di Good Luck, Have Fun, Don’t Die. Invece, quella appena descritta è la trama del nuovo film di Hirokazu Kore’eda, presentato in concorso al Festival di Cannes.

Per il grande regista giapponese, Sheep in the Box non rappresenta la prima incursione nel mondo della fantascienza (ricordiamo almeno Air Doll del lontano 2009), sebbene di sci-fi ci sia ben poco nel film, considerando che se non fosse per la presenza di robot umanoidi, il racconto sembrerebbe quietamente ambientato nel presente. Che Kore’eda voglia ammonirci sull’estrema prossimità di un futuro in cui umani e androidi convivono? O, semplicemente, siamo di fronte a uno dei tanti punti deboli della sceneggiatura? Qualunque sia la risposta, è evidente che al più grande narratore di storie sull’infanzia nel cinema contemporaneo (insieme al compianto Abbas Kiarostami) interessi, com’era prevedibile se si conosce il suo corpus di opere, soprattutto lo sviluppo melodrammatico del soggetto, piuttosto che quello fantascientifico. Eppure, è inevitabile non pensare, fin dalla primissima inquadratura (un drone che trasporta un pacco), a testi ben più raffinati sul tema dell’intelligenza artificiale e del rapporto tra l’uomo e la tecnologia come Pluribus o la già menzionata serie televisiva ideata da Charlie Brooker. Pertanto, risulta molto interessante l’operazione effettuata da Kore’eda, sebbene il risultato estetico sia solo sufficiente.

Se in Black Mirror, l’incontro tra il pensiero e il comportamento umano e quello tecnologico delle macchine genera spesso nefaste distopie, in Sheep in the Box produce una specie di arcadica utopia. L’incontro tra il piccolo humandroid (come viene definito nel film) Takeru e i genitori dapprima fa sorgere i classici dilemmi filosofici, morali e sociali attorno ai temi sopra menzionati (questioni, effettivamente, la cui trattazione non è particolarmente ispirata e forse meriterebbe maggiore originalità) e poi lascia spazio a una storyline che, seppur risulti decisiva nel finale, non gode di uno screentime adeguato. Il riferimento è alla bizzarra famiglia di androidi bambini che si costituisce per cercare una nuova casa destinata interamente a loro e, soprattutto, senza i rispettivi genitori. Il nucleo concettuale della pellicola risiede proprio nella formazione di una nuova società di tipo utopistico in cui gli androidi (e un umano!) scelgono di abbandonare la città per ricongiungersi con la natura, perché “gli alberi sono vivi anche dopo la morte“, come dirà un vecchio artigiano intento a spiegare le virtù del legno a un ragazzino-robot fatto di metallo.

Insomma, una premessa narrativa che aveva tutte le caratteristiche per generare una tragedia o un thriller diventa un accorato e tenero (alcune volte forse troppo, tanto che la consueta poesia visiva del regista, qui comunque meno ispirata del solito, cade nella stucchevolezza) racconto sull’infanzia (il film cita esplicitamente, fin dal titolo, Il piccolo principe e più indirettamente i Bimbi Sperduti di Peter Pan), che a sua volta schiude una piacevole utopia: se vogliono convivere serenamente, all’umanità e alle macchine non resta altro che tornare, insieme, nella natura.

Voto:
3.0 out of 5.0 stars

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