Dark Mode Light Mode

Berlinale 76 – Salvation: Macbeth sulle montagne turche

Copyright: Liman Film

Due clan stanziatisi sulle isolate montagne turche riaccendono la propria antica rivalità quando Mesut, in preda a sogni e a visioni spettrali, inizia a mettere in dubbio la leadership del fratello Ferit, capo degli Hazaran. Questa è la premessa, letalmente diretta, di Salvation (Kurtuluş), uno dei film più entusiasmanti in concorso alla Berlinale 76.

Diretta da Emin Alper, la pellicola turca è una stratificata, avvincente e catartica indagine sulle relazioni tra il potere politico e la religione. Ambientato ai confini del mondo, in un villaggio montano che possiede l’atavica bellezza di un presepe, tra gli sguardi tragicamente monumentali di Ceylan e la pregnanza lirica di Shakespeare, il racconto va a caccia della risposta alla domanda: cosa succede quando un guardiano minaccia un altro guardiano? È ciò che accade agli Hazeran e ai Bezaris quando i primi (abitanti del nord e in passato proletari e servitori dei secondi, posti a sud e più ricchi e avanzati tecnologicamente) anziché difendere la propria terra dai terroristi, intraprendono una lenta guerra di logoramento contro l’altro clan.

Le visioni mortuarie che cingono le tempie di Mesut (tutte registicamente esaltanti, soprattutto quella dedicata al presunto tradimento della moglie, denudata da un’entità invisibile, e quelle che coinvolgono l’inquietante topos dell’infanzia) oscillano tra Shakespeare (in primis Macbeth per le profezie e il bambino che le fornisce, ma anche Otello per il tema della gelosia) e la tragedia greca (le donne del villaggio che ogni mattina, a mo’ di coro, si riuniscono per commentare gli eventi attraverso striscianti sussurri). Ha così inizio la discesa nella follia per il personaggio interpretato benissimo da Caner Cindoruk (il cui sguardo impassibile e infuocato ricorda Joaquin Phoenix), un uomo senza quiete (“il sonno mi sta scappando” dirà Mesut parafrasando lo shakespeariano “Macbeth ha ucciso il sonno“), che comincerà a vedere nemici ovunque, i quali, al contrario, non saranno quasi mai rintracciabili dallo spettatore (come Halil, il leader dei rivali Bezaris, continuamente citato e raramente visibile sullo schermo).

Più il fondamentalista e guerrafondaio Mesut conquista il trono del villaggio a discapito del razionale e pacifista Ferit (Feyyaz Duman), più la barba del primo si tinge della canutezza propria del capo spirituale, che avendo accentrato su di sé anche il potere temporale e militare (quest’ultimo coadiuvato dall’affascinante carattere di Yilmaz, interpretato da Berkay Ateş) sarà finanche in grado di contaminare i sogni degli altri. Infatti, è proprio ciò che avviene in una delle più sorprendenti scene del film, quando una visione notturna di tradimento, fuoco e morte è condivisa addirittura da tre personaggi diversi.

Tra l’epica e il thriller psicologico, tra peccaminose suggestioni erotiche e violente deflagrazioni, a metà fra riuscito compendio cineturistico dedicato alle seducenti montagne turche e un colpo di scena finale che termina la pellicola con un’immagine durissima, Salvation si attesta come uno spettacolare e lucido monito politico sui pericoli del fondamentalismo religioso. Un impasto di bisbigli sinistri e di profezie auto-avveranti che gettano l’ombra di genocidi intestini su un futuro abitato da chi prima o poi chiederà il conto. Perché, a volte, le guerre – errate e ingiuste – dei padri diventano quelle dei figli, che in quanto sopravvissuti di una catastrofe non possono dimenticare.

Voto:
4.0 out of 5.0 stars

Post precedente

Berlinale 76 - Rose: Sandra Hüller interpreta una donna che prova a ingannare il mondo maschile

Post successivo

Berlinale 76 - We Are All Strangers: da Singapore, il film che può mettere la giuria d'accordo