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Don Bluth: Il Finto Ribelle – Parte 4: Alla ricerca della Valle Incantata

Alla ricerca della Valle incantata è probabilmente l’unico film di Don Bluth a nascere in un clima di stabilità finanziaria. Fievel è andato benissimo e allora la collaborazione con la Amblin di Spielberg può continuare, così come la distribuzione da parte di Universal (che deterrà i diritti di entrambi i film). Sale sulla barca anche l’amico fraterno di Spielberg, George Lucas con la sua Lucasfilm, fortissimo dei successi nelle “galassie lontane lontane” e degli “esploratori con la frusta”.

Dato, però, che non può andare sempre tutto liscio, Bluth insieme al suo socio Morris Sullivan decide addirittura di spostare i suoi studios da Los Angeles a Dublino, in cerca di un clima artistico (e immobiliare) meno opprimente. Non possiamo sapere se i dipendenti siano stati contenti di questa dislocazione transoceanica; quello che sappiamo è che la pellicola supererà gli incassi di entrambi i film precedenti, conferendo a Bluth il suo definitivo posto nel pantheon dell’animazione americana.

In un non meglio precisato periodo della Preistoria, numerosi eventi naturali catastrofici e la minaccia dei predatori costringono i dinosauri erbivori a migrare in cerca di una terra più fertile e sicura: la Valle Incantata (in originale “Land before Time“, cioè “la terra prima del tempo“, un nome molto più affascinante). Piedino è l’unico cucciolo del branco dei “Collilunghi”, una specie in via di estinzione, e dopo aver visto morire sua madre in seguito all’attacco di un “Dentiaguzzi”, rimane separato dai suoi nonni a causa di un terremoto – gran bella giornata. Si ritrova quindi insieme a un piccolo gruppetto di cuccioli di specie diverse, il “tricorno” Tricky, la “boccagrande” Ducky, il volatile Petrie e il “codalancia” Spike in cerca della Valle Incantata.

Le stelle polari di questo film sono due, più luminose che mai: i due capolavori Disney più simili e allo stesso tempo più antitetici. Da un lato, l’austera solennità di Fantasia, ovviamente nella sequenza de La sagra della Primavera di Igor’ Stravinskij diretta da John Hubley; dall’altro, la sinfonia naturalista di Bambi.
Della Sagra, sequenza di Fantasia in cui si ripercorre la preistoria dalla formazione del pianeta Terra fino all’estinzione dei dinosauri, rivediamo in una versione più digeribile per i bimbi le inquadrature descrittive della Natura, che ci mostrano quasi subito la situazione terribile in cui versano gli erbivori, sempre a rischio di essere divorati (“anche nascere può essere terribile”). Dal film Disney viene ripreso parimenti lo scontro tra il grande carnivoro e il grande erbivoro, dall’esito identico ma addolcito. Inoltre, viene recuperata l’idea della marcia per sopravvivere alla siccità e all’estinzione che nel corto del 1940 mostrava la verità storica, in maniera cruda e scientifica, mentre nel film di Bluth abbiamo una visione più utopica e quasi messianica (le metafore sulle terre promesse in cui “la nostra razza sarà al sicuro” parlano da sé). Originariamente si voleva replicare la componente muta del film, ma il risultato sarebbe stato davvero irricevibile. Comunque, in entrambi i casi, i paleontologi piangono per le tante inesattezze.

Come Bambi, il film si apre con la nascita del nostro piccolo, prosegue con la morte della madre (che stavolta si vede eccome) e con la formazione di un gruppo di amici di varie specie. Manca qui il passaggio all’età adulta o perlomeno adolescenziale (che non vedremo mai nemmeno nei mille sequel); si vuole lasciare spazio a quel sapore spielberghiano di amore per l’infanzia, con il nostro gruppo di amici protagonisti che altro non è che la versione preistorica dei ragazzini in bicicletta degli anni ’80, come quelli dei Goonies e di Stand by Me. E come fa spesso Miyazaki – che però probabilmente Bluth non conosce così bene per quel poco arrivato in America in quegli anni –, qui il gruppo di bambini affronta tragedie vere, anche disperandosi (giustamente), per poi risolversela da soli riuscendo addirittura a uccidere il predatore.
La morte, come tante altre cose, qui è rappresentata in maniera davvero romantica, lontana dal naturalismo dei miti Disney e per questo forse il film è diventato davvero un manifesto consolatorio per quei bambini che si sono trovati a vivere questi drammi, identificandosi magari in uno o in un altro dei nostri protagonisti, tutti verosimili e con qualche strana caratteristica e che attraversano le diverse fasi del lutto, oscillando tra negazione e accettazione. E chissà che questi aspetti non siano ancora più approfonditi nelle numerose scene tagliate (il film dura meno di settanta minuti, a fronte dei novanta previsti).

Come già detto, il film è un successo, e stavolta il rischio era bello grosso. La data di uscita nelle sale americane corrisponde al 18 novembre 1988, in diretto scontro con Oliver & Co., il Classico Disney più legato al suo tempo (la “puzza” della New York anni ’80 si sente ancora oggi), e uscito pochi mesi dopo il capolavoro assoluto Chi ha incastrato Roger Rabbit. coprodotto proprio da Spielberg e Disney (e se le beghe contrattuali dei personaggi di Bluth sono un macello, figuratevi queste).
Le creature giurassiche battono sia al botteghino sia nelle recensioni il film Disney, facendo montare un bel po’ la testa a Bluth, il quale penserà di poter ripetere il colpo. Ma non sarà così.
I dinosauri diventeranno i personaggi creati da Bluth più sfruttati in assoluto: tra il 1992 e il 2016 tredici sequel da cassetta e una serie televisiva da ventisei episodi, tutto senza la partecipazione diretta dei suoi creatori originali. George Lucas, infatti, mollerà l’animazione una volta terminata l’avventura con i dinosauri. Spielberg con la sua Amblin non si interesserà mai troppo di questi prodotti, pur finanziandoli, e nel frattempo tenterà di costruire uno studio alternativo, avente come logo quel topolino che abbiamo conosciuto nel nostro precedente appuntamento, ma con in testa un cappello da cowboy.

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