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TFF 43 – Dracula: articolo contro l’intelligenza artificiale generativa basata su un film contro l’intelligenza artificiale generativa

TFF 43 – Dracula: articolo contro l’intelligenza artificiale generativa basata su un film contro l’intelligenza artificiale generativa TFF 43 – Dracula: articolo contro l’intelligenza artificiale generativa basata su un film contro l’intelligenza artificiale generativa

Il nuovo – delirante – film di Radu Jude si apre con questa battuta, ripetuta consecutivamente per (almeno) dieci volte da altrettanti attori/animazioni in intelligenza artificiale:

“Sono il Conte Dracula e dovete tutti quanti succhiarmi il *****!”

Da questo punto di partenza, il regista e sceneggiatore più anarchico e strafottente del panorama europeo inizia a comporre il suo mosaico di 170 minuti dedicati, tra odio, amore e frustrazione, al vampiro più celebre della storia. È già di per sé inusuale, trovarsi ad analizzare un film su Dracula prodotto e realizzato in Romania ed è proprio su questo aspetto che Radu Jude si sofferma a più riprese. Il suo, è un racconto diviso in episodi, corto e mediometraggi, ognuno riguardante una differente interpretazione del mito nato dalla penna di Bram Stoker e dalla figura storica di Vlad III di Valacchia.

Il tutto, accompagnato dalla solita vena di non-sense che contraddistingue l’opera dell’autore; ma con una sottile differenza rispetto ai precedenti Do Not Expect Too Much From The End Of The World e Bad Luck Banging or Looney Porn (Orso d’oro a Berlino 2021): i racconti che compongono Dracula sono stati concepiti da un’intelligenza artificiale, chiamata AI Judex 0.0 che, su indicazione del (finto) regista e sceneggiatore del film-nel-film, progetta in pochi istanti storie surreali incentrate sulle diverse declinazioni autoriali (e non) ispirate alla mitologia vampiresca.

L’intero corpus del film è modellato da una duplice protesta mossa da Jude: contro i cosiddetti creativi che si avvalgono di generatori AI per creare “opere” a bassissimo budget e contro la turistificazione che alcune aree del Vecchio Continente stanno subendo negli ultimi anni. Nello specifico, a Dracula interessa il turismo legato al Conte di cui la regione dei Carpazi gode da secoli. La storia che seguiamo dall’inizio alla fine del film (intervallata da vari cliffhanger estenuanti), è proprio quella di due attori che interpretano Dracula e Lucy in uno squallido bar per gruppi di turisti in Transilvania, che possono anche pagare (fior fior di quattrini) per andare a letto coi due attori in maschera.

Un lavoro, quello di Radu Jude, volto a ribaltare una concezione insindacabile nel dibattito cinematografico odierno: non esistono opere e artisti intoccabili. Il Dracula di Bram Stoker di Francis Ford Coppola, viene brevemente ri-generato dall’AI sottoforma di immagini incomprensibili, rimpinzate di falli e vagine; il Nosferatu di Murnau viene invece accostato a squallide pubblicità per interventi di allungamento del pene; La Rosa purpurea del Cairo di Woody Allen invece, porta Dracula a “scappare” dallo schermo su cui è in corso una proiezione, per addentare una vecchietta al collo e costringerla a praticargli una fellatio.

Il Dracula di Jude si pone dunque come critica dura e irriverente verso qualsivoglia forma artistica, dalla più “elevata” (lo slice of life contemporaneo; il melodramma di ambientazione bucolica in epoca sovietica) a quella più “commerciale” (Dracula tiktoker, Dracula hollywoodiano).

Il problema del film però, nasce proprio da questa spaccatura, che porta il regista a cadere in una trappola che lascia l’amaro in bocca: il film fa continuamente due pesi e due misure, nel passare da una parodia all’altra. C’è spesso un certo rispetto – reverenziale – da parte del regista nel maneggiare forme e linguaggi cinematografici più dignitosi di altri (la parodia hollywoodiana è letteralmente un’accozzaglia di immagini erotiche surreali; la parodia del film bucolico, è posata ed elegante, nei limiti della decenza quantomeno).

Forse, l’unico “punto di pareggio” nel mosaico satirico dell’opera, si raggiunge in uno degli ultimi spezzoni, quello dedicato al “Dracula capitalista”, una parodia dei monster-movie che identificano nelle creature delle allegorie sociali (“Il Mostro di Frankenstein rappresenta il proletariato per come viene dipinto dai borghesi”); tuttavia, anche in questa circostanza Jude non può fare a meno di inciampare, partorendo una storiella che taglia troppo con l’accetta concetti e linguaggi già di per sé didascalici e spicci.

Altro grande tema negativo, è quello legato al montaggio alternato, con cui l’autore spazia da un racconto, da un episodio, all’altro. In particolare, risulta particolarmente complesso prendere una decisione, in merito alla questione: cosa ammazza di più Dracula? La reiterazione di gag sessuali e sfondi in AI, oppure la durata, di per sé estenuante, in cui non assistiamo ad altro che a continue reiterazioni di concetti triti e ritriti?

Sia chiaro, chi vi scrive è felicissimo di aver realizzato che uno dei film più attesi della stagione dei festival, passi tre ore a ripetere fino allo sfinimento che chi utilizza IA generativa è un fallito, ma purtroppo, al di là di ogni convinzione personale, un conto sono le provocazioni, un conto sono invece i film poco illuminati.

La provocazione, come sempre, è il punto forte di Radu Jude. Stavolta però, francamente, si fa fatica a trovare del contenuto.

Viva Radu Jude, viva il cinema. A morte l’intelligenza artificiale generativa.

2.0 out of 5.0 stars
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