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RFF 20 – If I had legs I’d kick you: l’abominevole nuovo film A24, presuntuoso e soporifero

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Una madre deve tenere duro durante un periodo di qualche giorno in cui suo marito è all’estero per lavoro, accudendo sua figlia (una bambina che soffre di disturbi alimentari, a causa dei quali vive con un sondino) e lavorando a tempo pieno come psicologa.

Durante il prologo dell’opera, l’appartamento delle due (né madre né figlia hanno un nome) inizia a sudare (o piangere) al punto tale da allagare la casa. La ragione? Una ingente perdita d’acqua dal piano di sopra apre una voragine nel soffitto, ragion per cui la famiglia deve momentaneamente trasferirsi in un infimo motel, il più classico dei non-luoghi del cinema americano.

In If I had legs I’d kick you ogni elemento drammaturgico (dai dialoghi ai simboli) muove la storia in direzione di una narrativa satura di metafore e sottotesti spicci (che quindi sono non-metafore, sicché non c’è nulla da interpretare, nemmeno a livello superficiale) su un mondo – il nostro – in cui viviamo anestetizzati dalle responsabilità.

Le istituzioni, rappresentate qui dai medici, hanno per funzione quella di scagionarci dal senso di colpa, anche quando la nostra implicazione diretta è chiara come il sole; la psicanalisi e la terapia cognitivo-comportamentale al contempo, sembrano essere imposte al cittadino, inevitabili, così da metabolizzare lo stress, nella speranza che venga espulso mediante un “sudore allegorico”, più che letterale, a differenza dell’appartamento della protagonista.

A conti fatti, If I had legs I’d kick you sembra una declinazione al femminile del paranoico Beau ha paura di Ari Aster, senza che però, a differenza del (caotico) film di Aster, l’ambiente urbano sia effettivamente allucinato, così da giustificare l’ammattimento della protagonista.

L’esordio di Mary Bronstein rientra a pieno nei canoni narrativi dei film A24, quelli che sembrano realizzati in serie, come giocattoli “perfetti”, nell’ottica di una riproduzione per mitosi. La reiterazione di simboli e figure in particolare (oltre agli immancabili momenti “weird”, vero marchio di fabbrica della casa di produzione) sono ciò che appiattisce l’opera, rendendola soporifera per buoni tratti.

Ogni seduta tra la protagonista e il suo psicanalista (Conan O’Brien) è identica a quella precedente. Così come ogni confronto telefonico col marito, oppure i confronti con la dottoressa che si occupa dei disturbi alimentari di sua figlia. Ciò che però intorpidisce ulteriormente l’andazzo del film, sta nella poca credibilità (su un piano dell’onestà) della madre: è il classico personaggio che si sente superiore a tutto, al punto tale da sentirsi perfino superiore alla terapia di gruppo per madri di ragazze affette da bulimia. Una terapista contraria ad altre forme di terapia, un controsenso demenziale.

In conclusione, se If I had legs I’d kick you vuole essere con tutto sé stesso un metaphor-drama sull’incubo dell’essere madri quando non si ha la predisposizione per questo ruolo, non vi riesce per una ragione banale: la protagonista non è affatto interessata al benessere di sua figlia. Anzi, se fosse libera di scegliere, la abbandonerebbe.

È pertanto impossibile credere nella allegoria che il film “suggerisce”.

Voto:
1.5 out of 5.0 stars

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