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Zootropolis 2: un sequel ancor più feroce, tra immigrazione, potere e giustizia

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Il ritorno di Zootropolis dopo quasi un decennio conferma quanto di più ovvio: adesso che possiamo definirle parte di una saga, le avventure di Judy Hopps e Nick Wilde rappresentano un gioiellino inimitabile in casa Disney Animation.

Zootropolis 2 segue le orme del suo predecessore, creando un’altra installazione cinematografica di genere noir-spionaggio, con una dinamica da buddy movie, quella tra la coniglietta e la volpe per l’appunto, in continua evoluzione. Le escandescenze tra i due partner, come del resto nel primo Zootropolis, sono il cuore pulsante dell’avventura.

Se nel primo capitolo tutto ruotava attorno a concetti quali natura e atavismo, in questo splendido sequel il rapporto tra Judy e Nick viene immediatamente messo in discussione, venendo giudicato come tossico e squilibrato da una psichiatra, nel corso di una terapia di gruppo per coppie di agenti della polizia della metropoli animale. Come a indicare che dieci anni fa, il nostro interesse di industria cinematografica era rivolto alla coesistenza pacifica tra prede e predatori (in piena epoca Me Too); oggi, con una rivoluzione (di facciata) nel mezzo ( ma che è ancora in atto se vogliamo), ci sentiamo in diritto di considerare dinamiche di complicità come tossiche e inappropriate.

La domanda che ricorre nel corso dell’investigazione, è legata intrinsecamente a una concezione giuridica di natura: vale la pena rischiare la vita per un caso? Non tutti i casi salvano il mondo. Ambientato una settimana dopo i fatti di Zootropolis, il sequel diretto da Jared Bush e Byron Howard porta i due agenti a indagare su un altro potente della città: Milton Linxley, una lince, tycoon e patriarca della famiglia Linxley, la più influente di Zootropolis, che sta per inaugurare la nuova espansione del suo impero edilizio.

La famiglia Linxley infatti, rade al suolo i quartieri popolati da specie animali che differiscono dai mammiferi, così da costringerli all’esilio e riappaltare i loro habitat. I perfidi capitalisti del regno animale sono, senza ombra di dubbio, tra i villain più sfaccettati e audaci della storia recente dell’animazione statunitense. La storia del film è, nei fatti, quella della contrapposizione tra statunitensi bianchi e immigrati, rappresentati dai rettili, creature demonizzate dai mammiferi, costrette a vivere fuori dai confini della metropoli.

E qual è l’arma della quale il serpente Gary (vero eroe della storia) vuole avvalersi per smascherare la perfidia delle linci? Un brevetto segreto che attesta la vera paternità della costruzione di Zootropolis. Insomma, nell’allegoria (neanche tanto velata) presentata dall’opera, qualora non ci foste già arrivati, ci sono anche gli Epstein Files.

La morale di Zootropolis 2 è, curiosamente, la medesima di un film visto pochi giorni fa in anteprima al TFF, Slanted di Amy Wang (troverete la recensione sul sito nelle prossime ore): le metropoli americane, che vi piaccia o no, sono state costruite dagli immigrati, senza i quali nulla ruoterebbe. Non esiste un’unica accezione di “americanità”, proprio in virtù della loro travagliata storia coloniale e migratoria. Un concetto (lapalissiano se volete) che torna sempre più spesso nel cinema americano, da Civil War a Zootropolis 2.

In conclusione, il meraviglioso 64º Classico Disney, eleva ulteriormente il mondo di fantasia coniato dal primo episodio della saga, portando i propri animali antropomorfi e pensanti (un percorso favoloso – nel senso di fabula – che parte da Esopo e Fedro e che arriva sino al cinema di Walt Disney) a un livello satirico successivo: La Fattoria degli Animali di George Orwell in chiave disneyana, che passa ancora una volta per il cinema di spionaggio.

Voto:
4.0 out of 5.0 stars

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